C’è una parola che Tom Fletcher, sottosegretario delle Nazioni Unite, ha pronunciato con la lucidità di chi guarda il mondo dall’epicentro delle sue fratture: apatia. Un termine che descrive lo stato d’animo dominante dell’Occidente. Non è solo un malessere generazionale — quello che riconosciamo negli sguardi sospesi della Gen Z e della Alpha, e che ha contagiato anche i Millennials -, è una condizione collettiva: una stanchezza emotiva e culturale che anestetizza. L’apatia è una difesa che diventa gabbia, è l’assenza di slanci, di indignazione, di empatia, è quel distacco dal mondo che molti vivono come unica strategia di sopravvivenza in tempi saturi di crisi sovrapposte. Fletcher però avverte che questa anestesia non riguarda più soltanto le nostre vite private, le passioni, il lavoro, le relazioni: si è estesa alla nostra capacità di reagire al dolore degli altri, a guerre, carestie, fame, epidemie, disastri climatici e che dovrebbe scuoterci. Il risultato è misurabile: i fondi per l’appello umanitario 2025 delle Nazioni Unite, 12 miliardi di dollari, rappresentano il livello più basso degli ultimi dieci anni. Significa che, rispetto al 2024, 25 milioni di persone in meno hanno ricevuto aiuti. Venticinque milioni di volti, di corpi, di storie.
E questo mentre l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari ci ricorda che, per il 2026, serviranno 33 miliardi di dollari per sostenere 135 milioni di persone in 50 Paesi che vivono in stato di bisogno. Siamo ovraccarichi, sottofinanziati e sotto attacco. E il sospetto è che, mentre cerchiamo disperatamente nuove soluzioni, qualcuno stia già lavorando a nuove forme per “farci uccidere a vicenda”. Non ci vengano poi a dire che il fascismo, nella sua matrice culturale, sia davvero morto. Come ricordava Pasolini, si adatta, muta, scivola sotto altre forme. E lo fa proprio mentre noi guardiamo altrove, distratti dal nostro presente stanco e frenetico. Intanto, dall’altra parte del continente, dove non manca la povertà e l’alto tasso di suicidi, la priorità sembra un’altra: costruire robot sempre più sofisticati.
La Cina sta avanzando a una velocità impressionante nella robotica, concentrandosi sulla produzione di robot umanoidi industriali destinati, presto, a essere esportati in tutto il mondo. E non è difficile immaginare il prossimo futuro: operai rimpiazzati da macchine, conducenti soppiantati da automi, perfino la compagnia degli animali domestici replicata in circuiti. Apatia, sì ma anche disumanizzazione, in un mondo che taglia gli aiuti umanitari mentre investe miliardi per sostituire la forza lavoro con strutture metalliche addestrate. E allora l’appello di Fletcher non è solo un richiamo all’azione internazionale, ma una chiamata personale: uscire dall’apatia prima che qualcuno la usi come arma contro di noi. Perché un’umanità che non sente più nulla è un’umanità già pronta per essere governata, manipolata, smontata e ricostruita. Se abbiamo ancora un margine per invertire la rotta, sta tutto qui: nel tornare a sentire.