Quarant’anni dalla Strage di Pizzolungo: rivendichiamo il nostro diritto alla verità

Vincenzo Figlioli

Antimafia

Quarant’anni dalla Strage di Pizzolungo: rivendichiamo il nostro diritto alla verità

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mercoledì 02 Aprile 2025 - 06:40

Da 40 anni il 2 aprile non è un giorno come gli altri, soprattutto in provincia di Trapani. Perchè rappresenta forse la più nera tra le pagine della storia di questo territorio. I nomi di Barbara Rizzo e dei gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, ma anche del giudice Carlo Palermo, sono diventati pezzi di una memoria collettiva che si associa alla consapevolezza di cosa era diventata la Sicilia negli anni ’80.

La Strage di Pizzolungo si inserisce drammaticamente in quei tre lustri di storia siciliana che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90, si riempirono di cadaveri eccellenti e vittime innocenti, dando la sensazione al mondo che ogni giorno si potesse morire in Sicilia per una sparatoria, un attentato, un’esplosione. All’epoca dei fatti, nella primavera del 1985, erano già morti Peppino Impastato, Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, Cesare Terranova, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa e – sempre a Trapani – Giangiacomo Ciaccio Montalto. Di lì a poco sarebbero stati uccisi Beppe Montana, Ninni Cassarà, Mauro Rostagno, Rosario Livatino, Libero Grassi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, don Pino Puglisi. Il ricordo di quella giornata, tuttavia, continua a mantenere uno spazio tutto suo nella memoria di chi ha vissuto quegli anni e che, inevitabilmente, ha immaginato almeno una volta in vita sua di essere su un’auto in transito, nel tragitto verso la scuola dei figli o il proprio luogo di lavoro e – a un certo punto – avere appena il tempo di sentire il boato che accompagna un’esplosione. Poteva succedere a chiunque, in quegli anni, di ritrovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, perchè con i corleonesi alla guida di Cosa Nostra il senso del limite era saltato definitivamente, in omaggio a una strategia del terrore che lo Stato non riusciva ad arginare. In tutto ciò, il sindaco trapanese Erasmo Garuccio, a 48 ore dalla Strage, continuava a dire che a Trapani la mafia non c’era, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica nazionale e ispirando una celebre vignetta di Giorgio Forattini che ben rendeva l’idea di come le istituzioni pubbliche esercitavano la propria funzione.

Ad ogni sparatoria, ad ogni autobomba, ad ogni carico di tritolo che esplodeva, tuttavia, la mafia si rendeva più odiosa e insopportabile agli occhi di chi non si arrendeva all’idea di vivere una guerra quotidiana nelle proprie città. E in tanti, anche in provincia di Trapani, hanno cominciato a caricarsi sulle spalle l’idea che questa terra così bella e dannata dovesse liberarsi dall’occupazione criminale. Ci sono stati momenti in cui è sembrato che la mafia si potesse sconfiggere davvero, salvo poi accorgersi che non tutti remavano nella stessa direzione.

Oggi la mafia è diventata qualcosa di diverso, sicuramente meno decifrabile ma comunque presente. Sbaglia chi pensa che l’arresto di Matteo Messina Denaro abbia chiuso tutto, perchè proprio nei momenti di maggiore silenzio la criminalità organizzata porta avanti con più fluidità i propri affari. Così come sbaglia chi, magari, tende a pensare che fin quando non spara la mafia sia un fastidio tutto sommato tollerabile. Sbaglia anche chi considera la ricerca della verità un vezzo elitario, senza capire che le storie vanno scritte per intero, anche se rischiano di far emergere aspetti scomodi a certi ambienti. Tante cose le immaginiamo, perchè conosciamo la storia d’Italia e abbiamo letto pagine e pagine sugli intrecci e le convergenze di interessi tra mafia e politica, servizi segreti e massoneria deviata. Così, oggi appare necessario ricordare che al di là delle sentenze, che pure ci sono state, la ricostruzione di come sia maturata la pianificazione dell’attentato al giudice Carlo Palermo risulta ancora incompleta. Come Portella della Ginestra, il caso Moro, la Strage di Ustica e tante altre pagine nere della storia repubblicana.

E’ dunque doveroso, oggi più che mai, ricordare che le verità parziali o le deduzioni giornalistiche non possono bastare: perchè le famiglie che sono state devastate da quanto avvenuto il 2 aprile del 1985 a Pizzolungo hanno il diritto di sapere.

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