Borsellino, la verità attesa e quel patrimonio morale tradito

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Borsellino, la verità attesa e quel patrimonio morale tradito

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lunedì 19 Luglio 2021 - 08:36

L’abbiamo desiderata, accarezzata e poi vista allontanarsi. La verità sulla Strage di via D’Amelio è ancora un mosaico con tanti, troppi pezzi mancanti. Dalla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino al depistaggio costruito intorno al “falso pentito” Vincenzo Scarantino, l’individuazione dei mandanti dell’omicidio di Paolo Borsellino, fatto saltare in aria il 19 luglio del 1992 assieme agli agenti della sua scorta, continua a somigliare a una chimera. Parafrasando il Pasolini degli Scritti Corsari, verrebbe da dire che, nonostante tutto, sappiamo chi sono i responsabili della Strage, al di là di certe verità giudiziaria che non sono ancora arrivate.

Tuttavia, ciò che si intuisce, o che conosciamo attraverso le sentenze o che abbiamo letto su libri e giornali, restituisce un quadro in cui lo Stato non fa certo una bella figura, per gli errori, le omissioni e i tradimenti che hanno concorso a creare le condizioni per la morte di Borsellino. Se il processo sulla Trattativa Stato-Mafia ha confermato quello che tanti sapevano e che rappresenta, con ogni probabilità, un’ulteriore tappa di un percorso più lungo, che comincia con la Strage di Portella della Ginestra, dall’altra parte ha alimentato una convinzione pericolosa: che non c’è differenza tra la mafia e le istituzioni italiane. Un ragionamento pericoloso, che rischia di andare in contraddizione con l’esemplare patrimonio morale e civile lasciatoci da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che mai smisero di sentirsi uomini delle istituzioni e che di fronte alle scelte cervellotiche del Csm e della politica o all’isolamento alimentato da una parte del mondo dell’informazione attraverso strumentali campagne mediatiche (compresa quella sui “professionisti dell’antimafia”), rivendicarono sempre il senso del dovere e il primato del diritto laddove altri, probabilmente, avrebbero trovato comodi alibi per ragionare diversamente.

Lo sapeva bene Lucia Borsellino, la figlia maggiore di Paolo, che proprio in virtù di quei valori respirati quotidianamente in famiglia, poche ore dopo la Strage di Via D’Amelio, sostenne un esame universitario, lasciando senza parole i docenti.

Perchè le collusioni, le connivenze e i patti scellerati tra rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni criminali (che senz’altro ci furono) non costituiranno mai una buona ragione per sottrarsi ai propri doveri, a quello che la comunità ci chiede o si aspetta da noi. Per dirla in maniera brutale: non pagare le tasse, buttare i rifiuti per strada, non fare il proprio dovere al lavoro, cercare una raccomandazione, rifiutare di vaccinarsi non potranno mai rappresentare azioni di coraggiosa disobbedienza civile nei confronti di quello Stato che contestiamo. La lotta contro la mafia e, più in generale, per una società più giusta ed equa, passa attraverso altri binari: responsabilità, senso del dovere, qualità del consenso durante le competizioni elettorali.

Invocare la verità sulle Stragi senza aver capito questo, rappresenta un’evidente contraddizione, oltre che l’ennesimo tradimento rispetto ai valori di cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono testimoni coraggiosi e coerenti.

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