1° maggio 2021

Chiara Putaggio

1° maggio 2021

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sabato 01 Maggio 2021 - 18:27


L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Lo hanno detto i padri costituenti. I migliori italiani di tutti i tempi, risorti fratelli dopo una guerra devastante e a tratti fraticida, partigiani della libertà e dell’uguaglianza in quanto cittadini. Eppure, a distanza di più di settant’anni questo assioma è stato non solo disatteso, ma anche deriso, svilito, offeso e ridotto al mero esercizio dell’opera necessaria a guadagnarsi da vivere.

Eppure l’idea primigenia del lavoro era tutt’altra. Il lavoro è il segno dell’impegno dell’essere umano per esercitare la propria competenza e lasciare questo mondo un po’ migliore da come lo ha trovato. Esercizio per il quale viene riconosciuto un compenso che deve essere equo e congruo con la prestazione “prestata” e che è il riconoscimento di un valore del lavoro. Il lavoro indica il posto di una persona nel mondo, la nobilita per la messa in opera delle sue qualità ed abilità. Il lavoro è l’indicatore di un’evoluzione necessaria e meravigliosa che colloca l’uomo in una scala a chiocciola che lo eleva verso l’alto e gli dà soddisfazione. Questa è la teoria, ma la pratica?

Chi viene dal lavoro privato sa che la cosiddetta società flessibile è stata la scusa per chiedere prestazioni sempre più elevate, con ritmi a limite del collasso nella speranza di un contratto a tempo indeterminato che tanto assomiglia ad un desiderio misto a condanna. Se l’azienda è grossa viene richiesta abnegazione assoluta per il sol fatto di aver il privilegio di farne parte. Ebbene, dubito che questa maniera di lavorare nobiliti l’uomo. Anzi, piuttosto lo mortifica e lo spoglia dello status proprio della cittadinanza. Chi trova il tanto agognato “posto fisso” si divide in due tipologie: quelli entrati decenni fa che spesso sono stanchi e svogliati, annoiati di un sistema di burocrazia antitetico a qualsiasi entusiasmo che si fanno le loro ore in ufficio perché gli tocca, ma l’unica motivazione è lo stipendio. Poi, sempre tra i “pubblici” ci sono i volenterosi, ma senza capacità – come gli alunni che si impegnano molto ma a malapena raggiungono la sufficienza -, api operose, ottimi esecutori… nel caso in cui i superiori siano bravi a dirigerli, altrimenti è una tragedia. Infine c’è il ridotto numero di competenti che si sobbarca di tutto il peso e quindi ha lo stipendio pubblico, ma sgobba quanto nel privato. Ecco, anche qui la felicità diventa un miraggio lontano.

E che dire della folla oceanica di disoccupati, molti giovani che sono già neet – non studiano e non lavorano – e che hanno smesso di sognare, di progettare se stessi in una dimensione altra che non sia il divano di casa. eppure sono nati, devono aver desiderato qualcosa spegnendo le candeline davanti alla torta di compleanno, ma ora non se lo ricordano più. I tanti senza aspirazioni, senza la ricerca del proprio talento che a volte si accontentano di quel che si trova – più o meno in nero – mentre chi può va a studiare “fuori” e non torna più. Chissà se altrove riuscirà a nobilitarsi? Chissà se altrove si sogna ancora? Ci si chiede perché si è al mondo e si cerca di lasciare un segno sensato? Ometto i commenti sul popolo del reddito di cittadinanza, necessario in tempo di pandemia, ma drammatico per qualsiasi progetto di elevazione di un territorio.
E se qualcuno qualche sogno sogna di realizzarlo e decide di mettersi “in proprio”, sia che si tratti del negozietto in centro o dell’impresa dall’idea innovativa, gli tocca scontrarsi con una pressione fiscale che è gambizzante e che non trova eguali in nessun Paese d’Europa, obbligando necessariamente a muoverci a marcia ridotta, col motore che si strozza da sé.
E chi sono i colpevoli di tutto ciò: tutti, la nostra pigrizia, la vecchiaia di questo Paese che è diventato anziano senza essere stato mai adulto, che ha deciso di tassare il lavoro per sostenersi, come se ci si privasse del cibo per alimentarsi. Ossimoro in termini assurdo e ingiusto. Ma soprattutto – a più livelli – è colpa delle tante amministrazioni che non hanno creato opportunità. Questa è la parola chiave: opportunità che insieme a sviluppo significano benessere che dalla società discende sul singolo. Questo è un altro termine chiave: singolo è emblema di solitudine e di assenza di empatia, necessaria per passare dalla società alla comunità. Questa volevano creare i padri costituenti: una comunità, una comunione di mani, cuori e menti per un Paese meraviglioso che ha il privilegio – costato sangue innocente – di essere una Repubblica, una cosa di tutti… e che invece sembra non importare a nessuno.

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