Strage Borsellino:«C’era puzza di bruciato, di cherosene, di morte. La foto al carabiniere con la borsa del magistrato l’ho fatta io». Intervista al fotoreporter Franco Lannino

Tiziana Sferruggia

Strage Borsellino:«C’era puzza di bruciato, di cherosene, di morte. La foto al carabiniere con la borsa del magistrato l’ho fatta io». Intervista al fotoreporter Franco Lannino

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mercoledì 22 Luglio 2020 - 08:06
Strage Borsellino:«C’era puzza di bruciato, di cherosene, di morte. La foto al carabiniere con la borsa del magistrato l’ho fatta io». Intervista al fotoreporter Franco Lannino

Scattavo e scattavo con la mia Nikon, come in trance. C’era puzza di bruciato, di cherosene, di morte. Ho una peculiarità. Sono stato il primo fotoreporter ad arrivare subito dopo le esplosioni delle stragi di Capaci e di via D’Amelio”.

Palermo come Beirut. Palermo come una qualsiasi città in guerra, assediata, bombardata, con i palazzi sventrati, le colonne di fumo nero, il fango e la polvere ovunque. Palermo avvolta dalla nebbia e dall’odore acre, indimenticabile, dei corpi bruciati. La stagione delle stragi, chi c’era, non l’ha dimenticata. Lo sgomento, la paura, la realtà che supera l’immaginazione, ci è rimasta dentro, fa parte di noi. Basta una foto, un fotogramma, un dettaglio, e ritorna quella solitudine, quel groppo in gola. Franco Lannino è il fotografo palermitano che ha reso immortali le immagini della stagione delle stragi. Sue sono le foto di Capaci e di via D’Amelio ed è lo stesso fotoreporter del giornale L’Ora a ricordare un prezioso dettaglio: quel 19 Luglio del ’92, in via D’Amelio, dalla nebbia emerge un colore sgargiante, un azzurro troppo acceso che stride con il grigio dominante della scena. Il colore appariscente del “fratino”, lo smanicato indossato dal Capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, attrae l’occhio lungo ed allenato del fotoreporter Lannino. Quasi per scherzo Lannino gli scatta una foto con l’intento di dargliela dopo e di sfotterlo un po’ per via di quel giubbino dal colore inopportuno, inadatto ad una strage. Il fotoreporter non immagina neppure che quella foto, molti anni dopo, avrebbe aperto nuovi scenari investigativi, ingenerando il “Borsellino Quater“, il processo sul depistaggio che ha visto sul banco degli imputati non solo nomi eccellenti di mafiosi ma anche di “servitori dello Stato”. Fra verità e omissis, il depistaggio è ormai cosa certa e il mistero della sparizione dell’Agenda Rossa non è ancora stato risolto. Per verità di informazione, ricordiamo che il capitano Arcangioli, immortalato mentre tiene in mano la borsa del giudice appena ucciso, è stato assolto da tutte le accuse dopo 3 gradi di giudizio perché “il fatto non sussiste”.

Franco Lannino lei è l’artefice di foto entrate ormai nella leggenda. Ci vuol raccontare com’è andata quel pomeriggio di Luglio in via D’Amelio?

Quel pomeriggio mi trovavo in macchina con mio figlio che allora aveva 8 anni e mia moglie. Eravamo giunti ai Tornanti di Baida, le colline che sovrastano Palermo. Giunti sull’ ultimo tornante, mio figlio guarda in direzione della città e si accorge di una colonna di fumo che si alza nel cielo. Fermo la macchina e penso che deve essere successo qualcosa di brutto ai Cantieri Navali. Con l’istinto del fotoreporter scendo dalla collina e mi dirigo nel luogo da cui proviene quel fumo nero.

Arrivato nel luogo esatto cosa ha fatto?

Piantai nel traffico mio figlio e mia moglie dentro l’auto. Arrivai vicino via Dell’Autonomia Siciliana e già c’erano le transenne. Un vigile urbano mi disse che c’era stato un attentato ad un magistrato. Mangio la foglia e dico “Borsellino”! Con l’adrenalina a mille traguardo via D’Amelio già con la macchina fotografica nell’occhio perché in una scena del genere è tutto da fotografare e ovunque si punti l’obiettivo si fanno foto. E’ come negli altri omicidi di mafia in cui tutto è importante da fotografare. In via D’Amelio ho fatto foto ovunque, ai palazzi sventrati, alla colonna di fumo, alle auto bruciate.

Lei ha detto che ad un certo punto però la sua attenzione è attirata da qualcosa o meglio da qualcuno.

Sì, esattamente. Mi passò davanti un uomo con un “fratino” azzurro, un colore che mi sembrò assurdo, stridente in quella circostanza. Ci siamo incrociati a distanza di mezzo metro e ho riconosciuto il Capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Lo conoscevo bene perché ci eravamo incontrati su altre scene di crimine che in quegli anni purtroppo non mancavano. Gli scattai una foto con l’intento di recapitargliela dopo, magari sfottendolo per quello smanicato appariscente.

Non si accorse di quello che teneva in mano?

No, io quel 19 luglio del 1992 non vidi quella borsa, la borsa del magistrato Paolo Borsellino. Vidi solo lo strano colore dello smanicato di Arcangioli.

Poi cosa è accaduto?

Man mano che mi avvicinavo, arrivai nel “Punto 0” dell’autobomba. Le scene erano infernali, c’era puzza di olio, di cherosene, di morte e dopo 2 minuti avevo già dimenticato di aver fatto quello scatto ad Arcangioli. Feci gli scatti che servivano per documentare quello che era accaduto. Poi le diapositive vennero archiviate, messe da parte in attesa di eventuali scansioni che poi negli anni successivi sono puntualmente avvenute.

Poi però quella famosa foto è ricomparsa dall’oblio. Come avvenne quella riscoperta?

Circa 12 anni dopo, io e il mio socio stavamo riguardando le diapositive della strage e ci capitò sotto gli occhi quella con il capitano Arcangioli. Commentammo ridendo il colore del “fratino” ma ingrandendo l’immagine con il lentino ci accorgemmo per la prima volta che teneva in mano la famosa borsa. Da un paio d’anni già si parlava dell’Agenda rossa scomparsa dalla borsa, anzi mai trovata. Mi meravigliò vedere la borsa in mano ad un carabiniere e che la Giustizia non sapesse questo. Io associavo e associo tuttora l’Arma dei Carabinieri e tutte le forze dell’ordine come sinonimo di Giustizia e Verità nonostante qualche rara mela marcia, ovviamente.

Cosa ricorda dell’incontro con Arcangioli a parte il colore dello smanicato?

Ricordo che ci siamo incrociati e guardati negli occhi. Ricordo il suo sguardo. Non era contento di essere fotografato, anzi ho letto in quel suo battito di ciglia “che ca…. mi fotografi?” Dall’orario in cui sono arrivato, circa le 17.20, fino quasi alla mezzanotte, ora in cui sono andato via, ricordo momento per momento tutto quello che è successo.

Lei ricorda con nitidezza quel giorno mentre il capitano Arcangioli sul banco degli imputati durante le sue deposizioni più volte ha detto di non ricordare i particolari di quel pomeriggio. Perché?

E’ una domanda complicata. Non sono nessuno per potere dare una risposta. Posso solamente affermare che in effetti sia molto strano che il capitano non ricordi quegli attimi indelebili della strage. Io, ad esempio, ricordo esattamente attimo per attimo tutto quello che è accaduto quel particolare giorno. Tutti ricordano persino come erano vestiti quel giorno. Mi sembra strano che il racconto di un uomo dell’Arma, trovandosi in mano un reperto così importante, sia costellato da così tanti “non ricordo”.

Giovanni Arcangioli è stato assolto nei 3 gradi di giudizio però.

Sì, comunque è stato assolto, e sarà pure una brava persona. Evidentemente i giudici avendo emesso la sentenza dopo 3 gradi di giudizio sicuramente sono stati convinti dalla genuinità da quello che il colonnello ha raccontato.

Arcangioli è stato promosso da capitano a colonnello, in effetti.

Sì, ma questa promozione è avvenuta prima che uscisse questa famosa foto e andasse a processo. La promozione gli era arrivata d’ufficio prima.

La foto in effetti è uscita molti anni dopo.

Sì, senza nessuna malizia, non l’ho conservata e fatta uscire al momento giusto come qualcuno ha “malignamente” ipotizzato. Arcangioli era diventato Colonnello nel frattempo.

Dalla riscoperta di quella foto con la borsa però è partita tutta la nuova indagine giudiziaria. Possiamo dire che questa sua foto ha avvalorato quello che da qualche anno era nell’aria ovvero la sparizione della famosa Agenda Rossa?

Sì, da quello spunto è partito il Borsellino Quater. Finalmente c’era un nome ed un cognome, ovvero si conosceva l’identità di qualcuno che fisicamente aveva avuto fra le mani la famosa borsa e non poteva negarlo perché la foto lo testimoniava.

La foto diede corpo e sostanza a quella che da tempo era diventata più che un’ipotesi. Chi parlò per prima dell’Agenda Rossa?

La moglie di Borsellino, Agnese e anche il fratello del magistrato, Salvatore. Entrambi sapevano che Paolo portava sempre con sé l’Agenda.

Dunque sembrò strano che non fosse nella borsa. Questa famosa borsa però pare che l’abbiano avuta in mano in molti. E’ così?

Sì, la borsa passò anche per le mani del magistrato Giuseppe Ayala.

Tante mani, forse troppe che non risolvono il mistero. Giusto?

No, anzi contribuiscono ad infittirlo. Da quanto risulta dalle indagini la borsa passò per le mani anche di un poliziotto e dopo un paio d’ore venne ritrovata “ufficialmente” nella macchina blindata di Borsellino. Uno strano giro. Inizialmente si pensò che a far sparire la borsa fossero stati i mafiosi.

Le 2 stragi hanno in comune anche la scomparsa di oggetti. A Capaci sparirono i rullini del fotografo Antonio Vassallo che abitava poco distante e si è precipitato con l’esplosione del tritolo e in via D’Amelio è sparita la borsa, ma soprattutto l’Agenda Rossa. Che ruolo ha avuto secondo lei Arnaldo La Barbera nella vicenda dei rullini sequestrati subito dopo la strage Falcone da poliziotti (almeno così si qualificarono a Vassallo)  e mai consegnati ad Ilda Boccassini che aveva in mano le indagini?

CAPACI (PA) 23.05.1992 – STRAGE DI CAPACI: MUORE IL GIUDICE GIOVANNI FALCONE CON LA MOGLIE FRANCESCA MORVILLO E TRE UOMINI DELLA SCORTA. © LANNINO & NACCARI / STUDIO CAMERA

Diciamo che Arnaldo La Barbera era il Capo della Squadra Mobile e tutto doveva passare per le sue mani e questo dunque non mi meraviglia molto. Avendolo conosciuto, dico che il suo carattere era molto accentratore, da comandante appunto e tutto quello che accadeva in quei particolari giorni è ovvio che dovesse passare per le sue mani. Altro non so.

Lei ha dichiarato di non aver voluto fotografare i brandelli di corpi che si è trovato davanti una volta giunto in via D’Amelio. Una sorta di rispetto per quei corpi dilaniati dall’esplosione?

Nel mio passato di fotoreporter ho visto corpi straziati, cose raccapriccianti. Ho fotografato i buchi lasciati dai pallini della lupara sui volti e sui corpi, tutta cronaca nera. Quando invece andai a Milano nella redazione di un giornale e mi chiesero le foto di singoli pezzi anatomici, mi riferisco ad un piede ad una mano, ad un dito, rimasi molto colpito. Qui non si trattava più di corpi martoriati ma di “macelleria”. Mi dissero che il loro intento era di creare una griglia con i singoli pezzi anatomici. Io ho fotografato una mano di Emanuela Loi ma non ho fatto il primo piano. Ricordo che non erano facilmente identificabili quei pezzi. Erano un tutt’uno con il gasolio, con il fango. Era tutto una macchia nera. Se eri bravo, aguzzando la vista, potevi vedere, identificare un pezzo anatomico. Non mi sono messo in ginocchio con il macro obiettivo per fotografare. Mi sembrava molto strano farlo, e non mi sembrava importante soprattutto. Mi sembrò una follia fare una griglia di pezzi umani di quel tipo.

Lei ha fotografato le ammazzatine della stagione calda di Palermo, gli omicidi legati a faide fra famiglie mafiose. Da tempo non ci sono più morti ammazzati per le strade, vige una sorta di “pax”. Secondo lei la famosa Trattativa Stato-Mafia c’è stata?

Sì, secondo me, c’è stata sicuramente ma è stata fatta a fin di bene. Mi metto nei panni di chi è un servitore dello Stato e vede perdere quello stesso Stato con un “cappotto” di 8 a 0. Farebbe di tutto per parare questi gol e fermare questa emorragia. Secondo me, hanno cercato di metterci una pezza. Può accadere, come è accaduto che sul banco degli imputati vada solo una persona, un unico servitore, isolato ed abbandonato da quello stesso Stato che però paga per tutti quei funzionari, politici e anche per quei magistrati che comunque la trattativa la volevano e hanno avuto un ruolo. Comunque non mi sembra giusto. Di queste trattative del resto lo Stato ne fa sempre, penso alla cooperante liberata, Silvia Romano.

A chi si riferisce in modo particolare quando dice “unico servitore”?

Al Colonnello Giuseppe De Donno che ho conosciuto personalmente e so che era un bravo investigatore. Arcangioli e De Donno hanno fatto carriera assieme ed erano molto affiatati. Non mi sta bene che siano stati messi nel tritacarne soltanto loro. E’ un po’ quello che accade nella filmografia, dove alla spia dicono se ti fregano, se sei scoperto, noi non ti conosciamo. Secondo me è andata così anche a queste povere pedine anche se di alto grado. Sono state messe lì da qualcuno che continua a prendersi onori e stipendio.

Lei ha dichiarato che da quel 23 Maggio ’92 è tutto un teatrino. Perché?

Sì, troppe passerelle per mettersi in mostra. Adesso la gente ha capito che molti hanno approfittato di questa antimafia di facciata per fare i fatticelli loro. Come fotografo ho avuto il privilegio di assistere da vicino a commemorazioni. Ho visto politici, gente famosa e apparati dello Stato piangere e subito dopo sedersi a tavola davanti a pranzi luculliani che costano migliaia di euro e sorridere felici con pacche sulle spalle.

Lei ha fotografato Paolo Borsellino nei giorni successivi alla strage di Giovanni Falcone. Che ricordo ne ha?

Sì, in quei 57 giorni l’ho fotografato. Borsellino era sempre triste, si era rabbuiato. Aveva la faccia scavata dalla sofferenza mentre prima era una persona molto più solare

L’altro giorno c’è stata la 28esima ricorrenza della strage Borsellino. Che foto ha pubblicato in ricordo di quel giorno?

La foto di via D’Amelio di 28 anni fa con il palazzo sventrato e quella di come è oggi quello stesso palazzo. Bello, ripulito e con una Bouganvillea che è il simbolo della vita che rinasce. Non ho fotografato nessun funzionario, nessun politico. Per fortuna è passato il tempo in cui questo dovevo farlo per mestiere e spesso mi veniva difficile. Era il mio lavoro e mi pagavano ma avrei preferito non farlo.

Cosa fa adesso invece?

Non sono più in servizio attivo e non vendo più foto di cronaca. Sono molto contento di essere il fotografo di scena al Teatro Massimo di Palermo con cui collaboro da 25 anni. Sono diventato presidente di un’Associazione che si occupa del benessere dei gatti. Questo fatto di aiutare i felini mi dà molte soddisfazioni. Avendo conosciuto molte persone, devo dire che con i gatti mi diverto di più.  Soprattutto fotografo solo e soltanto quello che mi piace. E’ liberatorio, catartico. Finalmente posso dire di essermi liberato dalle foto di cronaca.

Come si descriverebbe, Lannino?

Mi ritengo un grande gatto. Penso che i gatti siano sinceri, spontanei. Nella vita ho fatto soltanto il mio dovere. Ho detto solo quello che pensavo. E ne ho viste tante.  

N.B. in via D’Amelio, oltre al magistrato Paolo Borsellino morirono gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina.

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