Redazione 10 Ottobre 2026, 11:34 Shanghai, 10 ott. (askanews) – La scala monumentale, ma anche...
Shanghai, 10 ott. (askanews) – La scala monumentale, ma anche una sorta di evocazione di ciò che è invisibile, in costante dialogo con la dimissione del fluido, il mondo acquatico. Al Long Museum di Shanghai è stata allestita la seconda mostra del progetto “Vessels of Other Worlds” dell’artista Wallace Chan, il cui primo capitolo si tiene a Venezia, nella Cappella di Santa Maria della Pietà. Un progetto che ripropone i tre “vasi” presentati a Venezia su scala molto più grande, con opere alte anche dieci metri. Utilizzando un materiale concepito per sfidare l’eternità come il titanio, Chan crea forme che evocano una costante mutazione, un’instabilità che apparentemente stride con la consistenza del metallo, ma probabilmente permette di oltrepassare di continuo delle soglie mentali, con l’intento di ampliare l’esperienza della mostra. Che a sua vota si pone come soglia tout-court, porta rivolta agli altri mondi evocati fin dal titolo.
Il Long Museum, con la sua struttura capace di accogliere opere monumentali e un’anima postindustriale di grande fascino, gioca un ruolo importante nell’esperienza della mostra e stabilisce una relazione positiva, nel senso di esistente e “data”, con la visione di Chan, il che contribuisce a rendere l’intero allestimento un “ambiente” unico, fluido per l’appunto, come il lavoro dell’artista di Hong Kong. E se le grandi sculture sono, oltre che imponenti, anche sovraccariche e molteplici, è altrettanto importante la dimensione sottile, inafferrabile, del progetto, quella che si poggia sulle ombre, sugli specchi, sull’evocazione di tutte le diverse emozioni che il lavoro vero e proprio può indurre negli spettatori, ciascuno individualmente. Ed è lo stesso Wallace Chan a sottolinearci l’importanza di questa dimensione invisibile, che è parte del progetto visibile, nonché la centralità del ruolo dello spettatore, che attiva le opere e, in un certo senso, fornisce a esse il senso più vero. Come se fossero dei grandi marchingegni venuto da un tempo diverso che la presenza umana, ogni presenza umana, ha la forza di mettere in azione, sia sul piano delle percezioni dirette, con gli specchi e le dinamiche partecipative, sia sul piano dell’ignoto, che ci accompagna passo dopo passo, alla ricerca di spiragli di chiarezza.
La mostra a Shanghai presenta anche opere provenienti da altri progetti di Chan, anch’essi legati a Venezia, e proprio con la città lagunare il legame, sempre in una dimensione a suo modo magica, è garantito da dei “portali” che mostrano in Cina le immagini della mostra e delle persone in Santa Maria della Pietà, mentre in Italia si vedono gli spazi del Long Museum e i suoi visitatori. Anche a questa semplice dinamica, banalmente creata con videocamera, schermo e una mediazione sul fuso orario, lo spazio mentale della mostra offre possibilità più ampie, che ben si adattano all’immagine del vascello che collega mondi e alternative, sempre con un sottofondo di problematicità – in questo caso le sensazioni “in differita” – che rende il discorso più affascinante e “reale”.
Una importante sezione dell’esposizione di Shanghai è poi dedicata al lavoro di Wallace Chan sui gioielli, punto di partenza della sua carriera e caratterizzato da un taglio particolare che porta il suo stesso nome. In queste sale la sensazione di trovarsi di fronte a un universo complesso e ricchissimo di immagini si completa con le farfalle e altre figure, ma a dominare l’orizzonte emotivo del progetto, nonostante l’incredibile preziosità di alcuni manufatti, sono sempre le sculture più grandi, che provano a contenere memoria, spirito e trasformazione, oltre a tutto quello che non riusciamo a toccare, ma che possiamo sentire e che vive intorno alle opere e a noi. (Leonardo Merlini)
