Redazione 10 Ottobre 2026, 18:34 Milano, 10 ott. (askanews) – Un’iniziativa parlamentare bipartisan per modificare...
Milano, 10 ott. (askanews) – Un’iniziativa parlamentare bipartisan per modificare il Testo Unico del vino e consentire l’impiego dei vitigni Piwi resistenti alle malattie fungine anche nelle produzioni Doc e Docg. L’impegno è stato assunto oggi a Voghera (Pavia), durante un convegno nell’ambito della settima edizione di “50 sfumature di Pinot Noir”, dal vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, e da Antonella Forattini, capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Agricoltura della Camera. I due parlamentari, dopo aver raccolto le sollecitazioni dei relatori e dei produttori presenti, hanno annunciato l’intenzione di presentare un’interrogazione al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, per superare il divieto che impedisce l’utilizzo delle varietà interspecifiche nei vini a Denominazione d’origine.
L’impegno è maturato durante il convegno “Acqua – Freddo – Vitigni Piwi. Gli attrezzi per affrontare il cambiamento climatico”, che ha riunito esperti e rappresentanti del settore per discutere l’adattamento della viticoltura alle nuove condizioni climatiche. Al confronto, moderato dal giornalista Giulio Somma, hanno partecipato tra gli altri, Attilio Scienza, Luciano Brancadoro e Nicola Blasi. Dal dibattito è emersa la richiesta di lasciare ai produttori, attraverso i rispettivi Consorzi di tutela, la facoltà di introdurre le varietà resistenti nei Disciplinari, senza imporne l’adozione alle singole Denominazioni.
L’ostacolo è contenuto nell’articolo 33, comma 6, della legge 238 del 12 dicembre 2016, conosciuta come Testo Unico del vino, che vieta l’uso delle Denominazioni d’origine per i vini ottenuti, anche solo parzialmente, da ibridi interspecifici tra Vitis vinifera e altre specie americane o asiatiche. Il divieto si applica quindi anche quando queste uve rappresentano una quota minoritaria dell’assemblaggio. Il comma 7 della stessa disposizione permette invece di utilizzare nei vini Igt le varietà iscritte nel Registro nazionale delle varietà di vite.
Il quadro europeo è cambiato nel 2021 con il regolamento 2021/2117, che ha modificato l’articolo 93 del regolamento 1308/2013, ammettendo per i vini a Denominazione d’origine anche le varietà ottenute dall’incrocio tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis. L’Unione Europea ha così eliminato il precedente limite comunitario, senza imporre agli Stati membri l’adozione dei vitigni resistenti nelle rispettive Denominazioni. La legislazione italiana conserva il divieto previsto dal 2016, mentre il confronto riguarda sia la sostenibilità delle produzioni sia la tutela delle caratteristiche storiche dei vini Doc e Docg.
I Piwi, denominazione derivata dal termine tedesco Pilzwiderstandsfähig, sono vitigni sviluppati attraverso programmi di incrocio e selezione genetica per ottenere una maggiore resistenza alle principali malattie fungine della vite, soprattutto peronospora e oidio. Il loro impiego può ridurre il numero dei trattamenti fitosanitari, limitando il ricorso ai prodotti per la difesa delle piante e i passaggi dei mezzi agricoli nei vigneti. I vantaggi possono riguardare i costi di produzione, il consumo di carburante, il compattamento del terreno e l’esposizione degli operatori ai trattamenti, aspetti particolarmente rilevanti nelle aree umide o dove la conformazione dei terreni rende più difficili gli interventi. La resistenza non equivale tuttavia all’immunità e la gestione fitosanitaria deve continuare a tenere conto delle condizioni climatiche e della pressione delle malattie.
Negli ultimi anni la ricerca ha sviluppato numerosi vitigni resistenti attraverso incroci tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis, seguiti da programmi di selezione finalizzati a conservarne le caratteristiche agronomiche ed enologiche. Si tratta di miglioramento genetico convenzionale, distinto dalle tecniche di modificazione transgenica. In Italia risultano 36 varietà Piwi iscritte nel Registro nazionale delle varietà di vite, 18 a bacca bianca e altrettante a bacca nera. La coltivazione di almeno alcune di queste varietà è autorizzata in Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio e Campania, con differenti disposizioni regionali. Le aziende possono impiegarle nella produzione di vini Igt, purché rispettino le norme locali e i relativi Disciplinari.
Per i territori che hanno costruito la propria riconoscibilità su uno o pochi vitigni storici, l’ingresso dei Piwi richiederebbe una valutazione della compatibilità con gli stili produttivi e delle conseguenze sulla tipicità dei vini. Ogni introduzione dovrebbe seguire le procedure di revisione dei Disciplinari, stabilendo quali uve ammettere e a quali condizioni. La decisione resterebbe dunque nelle mani dei produttori e degli organismi competenti, chiamati a confrontare i vantaggi agronomici delle nuove varietà con la necessità di conservare l’identità delle Denominazioni.
Un primo tentativo di superare il divieto risale al 28 maggio 2024, quando il senatore Pietro Patton ha presentato il disegno di legge 1152, successivamente sottoscritto anche dal senatore Meinhard Durnwalder, che propone di intervenire sull’articolo 33 del Testo Unico. Il provvedimento prevede l’abrogazione del comma 6 e una nuova formulazione del comma 7, per estendere anche alle Doc la possibilità di utilizzare le varietà iscritte nel Registro nazionale. Assegnato il 18 giugno 2024 alla 9esima Commissione permanente del Senato, competente per industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare, in sede redigente, il disegno di legge risulta ancora in attesa dell’avvio dell’esame.
Tra le ipotesi prospettate durante il convegno figura anche la possibilità di arrivare a un esame in Commissione in sede deliberante, nel rispetto delle condizioni previste dalle procedure parlamentari. Centinaio e Forattini hanno assunto pubblicamente l’impegno di attivarsi nelle prossime settimane, con l’obiettivo di completare il percorso prima della fine della legislatura. Se i tempi parlamentari non lo consentissero, il consenso manifestato da esponenti di maggioranza e opposizione potrebbe comunque favorire la ripresa della questione nella legislatura successiva.
