Algoretica e AI
Mazara del Vallo – «Bisogna umanizzare la tecnologia e darle una prospettiva etica, perché il rischio è quello di diventarne schiavi». È il cuore del messaggio lanciato da monsignor Vincenzo Paglia, Presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita e Arcivescovo emerito di Terni-Narni-Amelia, intervenuto ieri sera nella Cattedrale di Mazara del Vallo durante la presentazione del suo libro “L’algoritmo della vita”, edito da Piemme.
L’incontro ha aperto la mini rassegna di tre appuntamenti “In Cattedrale per leggere”. A dialogare con monsignor Paglia è stato il docente Vito Pipitone. Al centro del confronto, il rapporto tra intelligenza artificiale e persona. E, soprattutto, la necessità di tenere fermo un punto: la dignità dell’umano.
Algoretica e AI: “umanizzare la tecnologia”
Monsignor Paglia ha richiamato un’idea netta. La tecnologia va governata. E va guidata da criteri di responsabilità. Per questo, ha spiegato, è importante una prospettiva etica. Da qui nasce anche un termine, che ha voluto sottolineare: “algoretica”.
È un concetto che mira a mettere insieme l’algoritmo e l’etica. In pratica, significa chiedersi non solo cosa sia possibile fare, ma cosa sia giusto fare. Il rischio, secondo Paglia, non è soltanto quello di usare male gli strumenti. Il rischio è anche quello di abituarsi a un modello di vita che riduce la persona a dato, funzione o automatismo.
Su questo punto, monsignor Paglia ha insistito: «È decisivo governare l’intelligenza artificiale (AI)». E ha aggiunto che serve restare sul piano della dignità dell’umano. È un passaggio che, nelle sue parole, deve coinvolgere tutte le dimensioni. Perché la difesa dell’umano non riguarda un solo ambito. Riguarda invece cultura, educazione, relazioni e responsabilità degli adulti.
Algoretica e AI: il rischio della disumanizzazione
Nel suo intervento, monsignor Paglia ha richiamato un pericolo concreto: la disumanizzazione. Quando il rapporto con la tecnologia diventa totalizzante, l’uomo può finire per perdere il contatto con ciò che lo rende davvero persona. Per questo, ha detto, occorre “riproporre gli abbracci”. È un’immagine semplice. Ma è anche un’indicazione precisa. Le relazioni umane non possono ridursi a scambio digitale o distanza emotiva.
In questo quadro, monsignor Paglia ha collegato la riflessione a un compito educativo. Ha affermato che noi adulti dobbiamo aiutare a riscoprire la bellezza del corpo. È un modo per rimettere al centro la dimensione concreta dell’esistenza. E anche per evitare che la tecnologia diventi una scorciatoia che spegne sensibilità, emozioni e capacità di incontro.
Monsignor Paglia ha aggiunto un passaggio che chiama in causa i cristiani. Ha detto che «noi cristiani abbiamo una responsabilità più grande degli altri perché la carne è stata amata da Dio». In questa prospettiva, ha invitato a promuovere di più una cultura umanistica. Una cultura che sappia recuperare le emozioni. E che non lasci la persona sola davanti a strumenti sempre più potenti.
Algoretica e AI: “paura? No, temo la stupidità umana”
Il tema della paura è emerso in modo diretto. Monsignor Paglia ha chiarito che non bisogna avere paura dell’intelligenza artificiale. Ha ribaltato la prospettiva: «Ho paura, invece, della stupidità umana». In questa frase, che ha dato il titolo al senso dell’intervento, c’è una distinzione che Paglia ha voluto rendere evidente.
L’algoritmo resta uno strumento. E, come ogni strumento, si può usare bene o male. Per questo, ha detto, serve sapienza. Serve la capacità di scegliere. Serve responsabilità. Non basta la competenza tecnica. Occorre anche la maturità di orientare l’innovazione verso ciò che tutela e valorizza la persona.
La presentazione del libro “L’algoritmo della vita” si è inserita in questo solco. Ha offerto un’occasione di confronto su tecnologia, etica e futuro. E ha rilanciato una richiesta che suona come impegno collettivo: governare l’AI senza perdere l’umano.
Link utili: Pontificia Accademia per la vita, Piemme.
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