Scrive Diego Maggio su “Ragioni e sentimenti, fra memoria e disincanto”

redazione

Scrive Diego Maggio su “Ragioni e sentimenti, fra memoria e disincanto”

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martedì 16 Giugno 2026 - 18:36

Esiste una Sicilia occidentale che si vede e un Ovest siciliano che si sente.
La prima è la mia “marsalesità”: le del centro storico, le che si perdono nei féudi e nelle campagne, il profumo del mosto nelle cantine in vendemmia, il mare, il vino, le saline, il dialetto, le processioni, i tramonti sullo Stagnone. È la città-territorio che il mondo ammira e riconosce.
La seconda è la “sicilitudine”: una condizione dell’anima. È quel miscuglio di amore e inquietudine, di orgoglio e disincanto, di altissima letteratura e di scarse rifiniture, di speranza e pessimismo che accompagna da sempre chi vive in questa terra e ne conosce le grandezze insieme alle fragilità.
Io appartengo alla prima non meno che alla seconda.
Forse perché vivo da sempre a Marsala, nell’estremo Occidente della Sicilia, “là dove la terra finisce e comincia il mare” : una come la definì Cicerone (qui Questore nel 75 avanti Cristo) alla quale locuzione mi sono permesso, per affetto più che per filologia, di aggiungere l’aggettivo “ventosissima” perché qui soffia davvero tutto il Mediterraneo.
Ogni pietra racconta una storia millenaria. Ogni contrada custodisce una memoria. Ogni tramonto sulla laguna dei Fenici ricorda che questa città potrebbe vivere della sua bellezza, della sua cultura, del suo vino, del suo paesaggio e della sua posizione unica al centro delle rotte della storia. E che invece troppo spesso si trova a fare i conti con occasioni perdute, cantieri eterni, civismo scarso, speranze disilluse, ritardi abitudinari, rassegnazioni ataviche, indolenze stagnanti e opere incompiute: il tutto combattuto con slanci elettorali di riscatto possibile.
Noi siciliani abbiamo una caratteristica curiosa: spesso contrastiamo la paura con il pessimismo. Diffidiamo delle promesse perché ne abbiamo ascoltate troppe. Eppure continuiamo a progettare, a seminare, a costruire, a fare figli e nipoti, a immaginare un avvenire migliore. Forse il vero siciliano è proprio questo: uno che non smette di sperare nemmeno quando finge di non crederci.
Per questo ho sempre diffidato delle parole difficili e delle formule vuote. Le cose importanti sono semplici: la dignità del lavoro, la buona amministrazione, la tutela del paesaggio, l’acqua nelle case, le strade e i marciapiedi percorribili, la sicurezza, la cultura, il rispetto delle persone e della storia remota e prossima.
Non mi interessa celebrare la Sicilia con la retorica.
Mi preoccupo, invece, di meritarla.
Perché questa terra non ci appartiene davvero: ci è stata affidata. E noi abbiamo il dovere di consegnarla ai nostri figli in condizioni migliori di come l’abbiamo ricevuta.
È una responsabilità prima ancora che un sentimento.
La soluzione vera consiste probabilmente in una difficile ma necessaria sintesi fra idealismo e concretezza, fra memoria e innovazione, fra tutela e progresso. Curando il decoro e le manutenzioni. Sconfiggendo l’assuefazione al degrado e la rassegnazione al sottosviluppo pilotato. È questa la scommessa che attende Marsala e, con essa, tutta la Sicilia: non vivere di rendita sul proprio passato, ma trasformare questa sfida in degna contemporaneità. Per questo continuo a occuparmi della mia città, della Sicilia e del loro patrimonio umano, storico, colturale e culturale. Non per nostalgia del passato, ma per fedeltà al futuro.
Forse essere siciliano e marsalese significa proprio questo: amare profondamente la propria terra, senza rinunciare a chiederle di essere all’altezza dei suoi avvenimenti secolari e senza smettere mai di chiedere a noi stessi di esserne degni.
E sentire, ogni volta che il sole fenicio tramonta sullo Stagnone, che quella bellezza non è un privilegio da consumare, ma un’eredità da custodire.

Diego Maggio

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