Equilibri fragili

Claudia Marchetti

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Equilibri fragili

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lunedì 23 Marzo 2026 - 06:00

C’è chi parla di buona notizia. Ma solo fino a un certo punto. Le nuove scoperte di gas in Libia da parte di Eni — nelle aree Bess 2 e South 3, accanto al grande giacimento di Bahr Essalam — rappresentano un segnale positivo per un’Italia che teme, come il resto d’Europa, nuovi scossoni sugli approvvigionamenti energetici. Oltre 28 miliardi di metri cubi di gas non sono pochi, e la possibilità di convogliarne una parte verso le coste italiane attraverso il Greenstream rafforza l’idea di un Paese che prova a mettere in sicurezza il proprio futuro. Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Perché questa “buona notizia” poggia su fondamenta tutt’altro che solide: un Paese, la Libia, ancora attraversato da instabilità cronica; tempi di sviluppo tutt’altro che certi; una transizione energetica che, nel medio periodo, rischia di rendere il gas meno centrale di quanto oggi sembri.

È una boccata d’ossigeno, sì, ma non una soluzione. E soprattutto, è il riflesso di una strategia più ampia che solleva più domande che certezze. L’Italia sembra voler tornare protagonista nel Mediterraneo, giocando la carta dell’energia e delle relazioni “aperte” con tutti. La linea del governo guidato da Giorgia Meloni appare sempre più orientata a non rompere con nessuno: prudenza sull’Iran, equilibrio su Israele e Palestina, sostegno misurato all’Ucraina senza affondi diretti contro Vladimir Putin, aperture trasversali per Donald Trump e verso la Cina.

Una postura che qualcuno chiama pragmatismo. Ma che, osservata da vicino, rischia di assomigliare più a una continua ricerca di equilibrio che a una vera strategia. Perché essere hub energetico non significa solo avere il gas — significa avere una linea chiara, una visione, una capacità di incidere negli scenari geopolitici. E oggi l’Italia sembra più impegnata a non scontentare nessuno che a definire davvero il proprio ruolo. Il paradosso è tutto qui: mentre l’industria corre, la visione resta indietro. Così, quella che viene raccontata come una buona notizia rischia di essere solo una tregua. Utile, certo. Ma fragile. E soprattutto temporanea.

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