Referendum Giustizia: tutte le ragioni del Sì e del No

Claudia Marchetti

Referendum Giustizia: tutte le ragioni del Sì e del No

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lunedì 23 Febbraio 2026 - 06:00

Il referendum sulla giustizia riporta al centro del dibattito pubblico temi cruciali come indipendenza della magistratura, responsabilità dei giudici e separazione delle funzioni. Ecco, in sintesi, le principali ragioni del Sì e del No per orientarsi in modo consapevole al voto.

Referendum sulla legge Nordio: perchè l’argine del “No” alla riforma della giustizia

Con la primavera ormai alle porte, in Italia si entra nel vivo della campagna elettorale per il referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio e approvata dal Parlamento nell’ottobre scorso. Al centro del dibattito c’è una domanda precisa: confermare o bocciare la cosiddetta Riforma Nordio, che modifica diversi articoli della Costituzione sui rapporti tra potere politico e magistratura e sulla struttura interna della magistratura stessa. La locandina che circola in queste settimane da parte dei comitati del “No” sintetizza in modo diretto alcune delle principali ragioni di chi invita gli elettori a respingere la riforma (vedi immagine). Il messaggio chiave è chiaro: secondo chi rifiuta il testo approvato dal Parlamento, la legge non risolverebbe i problemi reali della giustizia italiana – lentezza dei processi, carenze di personale e garanzie ai cittadini – e anzi rischierebbe di stravolgere l’autonomia costituzionale della magistratura. Nel pamphlet dei comitati si legge l’accusa che la riforma non migliori né il servizio ai cittadini né la certezza della pena, e che l’obiettivo non sia quello di rendere più efficiente la giustizia, ma di sottoporre la magistratura al condizionamento del governo, indebolendo i controlli su chi esercita il potere. In questa narrazione, l’autonomia dei magistrati viene definita “non un privilegio ma una garanzia di uguaglianza per tutti”. Un secondo filone dell’argomentazione riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Sulla base di alcuni studi e dati parlamentari, infatti, solo una minima parte dei magistrati oggi cambia funzione, e quindi per i promotori del No la modifica costituzionale sarebbe un “falso problema” che non affronta le lungaggini giudiziarie e non rafforza l’indipendenza reale del sistema. In linea con questi temi, sindacati come CGIL e associazioni di magistrati hanno organizzato assemblee e iniziative pubbliche in cui si ribadisce che il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e le garanzie previste dall’ordinamento vigente sono pilastri della democrazia italiana da difendere. La campagna del No non è solo tecnica ma anche politica. Il Partito Democratico e altre forze della cosiddetta “opposizione” hanno aderito a iniziative e raccolte firme contro la legge Nordio, sottolineando che la battaglia riguarda la difesa della Costituzione e delle autonomie istituzionali.

Le critiche alla riforma

Critici della riforma avvertono che la modifica costituzionale introduce elementi di incertezza nel tradizionale equilibrio tra poteri, soprattutto istituendo una Corte disciplinare e cambiando le regole di nomina di alcuni organi. Per questi detrattori, l’effetto concreto non sarebbe una maggiore efficienza, ma un possibile indebolimento delle tutele costituzionali dei cittadini. Al di là dei documenti di partito e delle locandine, il dibattito sul referendum si inserisce in una discussione più ampia sul ruolo della magistratura e sull’equilibrio tra potere politico e sistema giudiziario. Alcuni commentatori internazionali osservano che la riforma Nordio – pur proponendo misure apparentemente tecniche – potrebbe incidere sulla percezione dell’indipendenza giudiziaria e sui rapporti tra istituzioni, soprattutto in una fase in cui le tensioni tra esecutivo e organi costituzionali sono sotto i riflettori. Il riferimento alla “legge Nordio” nella locandina, con la formula del No per difendere “giustizia, Costituzione e democrazia”, fotografa bene la sensibilità di una fetta dell’opinione pubblica italiana: quella che vede nella riforma non tanto una modernizzazione dell’ordinamento giudiziario, quanto un cambiamento potenzialmente rischioso nei meccanismi di garanzia e controllo. La sfida delle prossime settimane sarà trasformare questi motivi in argomentazioni solide e comprensibili per il vasto elettorato.

Giustizia al bivio: perchè il fronte del Sì scommette su una riforma “di sistema”

Nel dibattito che accompagna il referendum sulla giustizia, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo, il fronte del Sì ha scelto una strategia comunicativa chiara e ambiziosa: presentare la riforma non come un intervento settoriale, ma come una svolta capace di incidere in profondità sull’equilibrio del sistema giudiziario italiano. Le locandine diffuse dal Comitato promotore restituiscono questa impostazione con toni netti, a tratti perentori, ma inseriti in una narrazione che mira a rassicurare l’opinione pubblica e a ribaltare le critiche più ricorrenti. Il punto di partenza è la confutazione delle obiezioni più diffuse. Secondo i sostenitori del Sì, molte delle critiche alla riforma si fondano su timori infondati: la separazione delle carriere, si sostiene, non metterebbe in pericolo la democrazia né altererebbe l’equilibrio dei poteri disegnato dalla Costituzione. Al contrario, essa rafforzerebbe il principio del giusto processo e la terzietà del giudice, senza intaccare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. A sostegno di questa tesi viene richiamato il confronto europeo. In numerosi ordinamenti – dalla Germania alla Spagna, fino al Portogallo – giudici e pubblici ministeri seguono percorsi distinti, senza che ciò abbia mai prodotto un indebolimento delle garanzie democratiche. Per il Comitato Sì, l’Italia non farebbe altro che allinearsi a una prassi già consolidata nelle democrazie mature.

Nel merito, la riforma viene presentata come un intervento organico, articolato su più livelli. Il primo riguarda la separazione delle carriere sin dall’accesso alla magistratura, con concorsi distinti per giudici e pubblici ministeri. L’obiettivo dichiarato è rendere strutturale la distanza tra chi accusa e chi giudica, rafforzando l’imparzialità del giudice non solo nella percezione dei cittadini, ma anche nella sostanza del sistema. Un secondo pilastro riguarda l’autogoverno. La riforma interviene sull’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, prevedendo due organismi distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Qui il tema centrale è quello delle correnti: il sorteggio dei componenti, in luogo dell’elezione, viene indicato come lo strumento più efficace per ridimensionare logiche associative e spartitorie che, secondo i promotori, hanno progressivamente trasformato un organo di garanzia in un luogo di potere. Il terzo intervento è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, separata dal CSM, chiamata a valutare le eventuali violazioni dei magistrati. Il principio evocato è semplice e dal forte impatto simbolico: chi sbaglia deve risponderne, anche se appartiene all’ordine giudiziario, in un sistema che privilegi competenza e correttezza professionale rispetto alle appartenenze interne. Da questa architettura discendono le argomentazioni politiche e culturali a favore del Sì.

Ragioni e critiche

Una giustizia con un giudice “davvero terzo”, un pubblico ministero specializzato nell’attività investigativa e meno condizionato dal sistema delle correnti, una maggiore responsabilità disciplinare: sono questi, secondo i promotori, i benefici concreti per i cittadini. La riforma viene inoltre rivendicata come un passo decisivo verso una giustizia più comprensibile e più vicina alla società, capace di recuperare credibilità dopo anni di polemiche e scandali. In questa prospettiva, la fine del predominio delle correnti non è solo una questione tecnica, ma un passaggio necessario per restituire fiducia nell’istituzione. Non manca, infine, una dimensione apertamente politica. Alle critiche provenienti da una parte della magistratura associata, in particolare dall’Associazione Nazionale Magistrati, il fronte del Sì risponde negando l’idea di un dissenso compatto del mondo giuridico. Magistrati e studiosi favorevoli alla riforma vengono chiamati in causa per dimostrare che il cambiamento non è una forzatura ideologica, ma una proposta condivisa ben oltre gli schieramenti tradizionali. Lo slogan scelto – “Questa volta il giudice sei tu” – sintetizza efficacemente il senso della consultazione: il referendum non viene presentato come una materia riservata agli addetti ai lavori, ma come una decisione che riguarda direttamente i cittadini e il loro rapporto con la giustizia.

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