Uniti nell’emergenza, ma non nella prevenzione

Vincenzo Figlioli

Punto Itaca

Uniti nell’emergenza, ma non nella prevenzione

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mercoledì 28 Gennaio 2026 - 06:30

Chissà se in questi giorni c’è ancora qualcuno che non crede al cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta e agli effetti che si stanno già manifestando. Chissà se qualcuno è rimasto ancora convinto che quanto accaduto la scorsa settimana con il ciclone Harry intorno alle regioni del Sud Italia sia frutto del tradizionale maltempo invernale e non di un processo sempre più evidente che sta attraversando il nostro Mediterraneo.

C’è da chiederselo seriamente: perchè mentre qualcuno insiste a restare arroccato sulle proprie posizioni ideologiche negazioniste ci sono intere comunità del versante ionico devastate da mareggiate simili a Tsunami e un paese dell’entroterra siciliano – Niscemi – che sta letteralmente crollando, costringendo la popolazione a lasciare le proprie case per non rischiare di venire inghiottita dalla voragine che si è creata in questi giorni. Non è detto che sia finita qui: nulla esclude che i territori risparmiati dalla furia di Harry possano essere interessati da altri eventi estremi nelle prossime settimane, nei prossimi mesi o nei prossimi anni. Ed è qui che torna una delle questioni cruciali del nostro tempo: l’incapacità, da parte della politica, di adottare seri interventi di prevenzione per contenere i rischi e la sensazione che, anche stavolta, le procedure di ricostruzione saranno controverse come in passato.

“Nelle emergenze l’Italia sa essere unita”, ha affermato la presidente Meloni al termine del Consiglio dei Ministri che ha deliberato un primo (esiguo) piano di interventi economici per le tre regioni più colpite dal maltempo della scorsa settimana. Probabilmente è vero, ma non basta più. Di fronte ai cambiamenti climatici serve che l’Italia sia unita nella prevenzione, prima che nell’emergenza. E non è questione di avere la sfera di cristallo e prevedere il futuro: ma di ascoltare chi con i propri studi e le proprie competenze da anni preannuncia lo scenario che si sta delineando, in particolare con la tropicalizzazione del Mediterraneo, il nostro oceano in miniatura, dove anche flora e fauna stanno attraversando una mutazione sempre più evidente. Nei fatti, invece, si è preferito opporre alle ragioni della scienza quelle della speculazione elettorale, con il solito vizio della politica di banalizzare questioni complesse per i propri tornaconti, riproponendo l’eterna lotta tra guelfi e ghibellini: è accaduto con la pandemia e i migranti, continua ad accadere con la questione climatica.

Il presidente americano Donald Trump rappresenta la massima espressione di quest’approccio politico irresponsabile che soffia sulla nostalgia del passato per non guardare ai rischi del futuro. Di fronte a ciò, la grande sfida che attende l’Europa oggi sta nella capacità di non farsi trascinare in questo terreno, riappropriandosi di quel ruolo guida che per tanti anni ha avuto. E per Europa, stavolta, non si intende soltanto Bruxelles con le sue istituzioni comunitarie, ma l’insieme degli amministratori che da Nord a Sud hanno il dovere di programmare il presente e il futuro facendo una chiara scelta di campo, a tutela delle proprie comunità, partendo da programmazioni urbanistiche che chiudano definitivamente i ponti con un passato fatto di abusi edilizi e cementificazione selvaggia.

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