L’avversario non è la causa, è il sintomo di una battaglia persa: la democrazia

Claudia Marchetti

Ka...link...ka

L’avversario non è la causa, è il sintomo di una battaglia persa: la democrazia

Condividi su:

lunedì 19 Gennaio 2026 - 08:00

Se c’è una lezione che la storia della politica, da Demostene fino ai nostri giorni, dovrebbe averci insegnato è: “Il nemico inventato è sempre il riflesso di un vuoto interno”. Da quando la politica è diventata “mass media”, e prima ancora quando le poleis greche si laceravano tra fazioni, la figura dell’avversario è servita più a definire chi lo invoca che chi lo subisce. Almeno questo lo pensavano già “nella notte dei tempi”. Oggi parliamo di negative politics o “politica dei veleni”: una prassi che non propone nulla se non una continua delegittimazione reciproca, un’escalation di insulti e attacchi personali che sostituisce ogni progetto con un unico obiettivo: squalificare l’avversario. In Italia come negli Stati Uniti, la dinamica è ormai ben nota: non conta ciò che si propone, ma quanto si riesce a demonizzare chi la propone. Non dovrebbe essere quindi assurdo pensare che l’attuale Governo Meloni, per esempio, vuole imporre alla televisione pubblica, che il confronto politico dei suoi leader debba avvenire nelle trasmissioni, senza contraddittorio. Da qui – anche per fortuna di pluralità – sono iniziati gli scioperi e i malcontenti del giornalisti Rai.

Il sociologo che osserva questi fenomeni vede una dinamica preoccupante: non siamo di fronte a un confronto di idee, ma a una continua “riduzione dell’altro a nemico”. Diventare “il male assoluto” è diventata una tattica, perché svuotare l’avversario di qualsiasi dignità semantica è più semplice che elaborare un progetto politico coerente. È la politica ridotta a campagna diffamatoria permanente: una forma di comunicazione che danneggia la sfera pubblica quanto, se non di più, della violenza fisica. E allora ecco che, come nel peggiore degli insulti, si passa dal confronto delle idee alla demonizzazione reciproca: Trump viene descritto come il male incarnato, e al contempo chi lo attacca con gli stessi toni si ritiene “interamente nel giusto, una contraddizione che dovrebbe far riflettere chiunque abbia almeno una parvenza di memoria storica. Questo non significa negare la realtà di certi pericoli, ma capire che “la demonizzazione è una scorciatoia culturale che non costruisce, distrugge”.

La storia italiana conosce bene questi fenomeni: dalle feroci invettive tra partiti nella Prima Repubblica alla “teoria degli opposti estremismi” che cercava di carpire consenso attorno ai moderati, fino alle urlate contrapposizioni di oggi. In ogni caso, la logica è la stessa: definire l’altro non come interlocutore ma come nemico da annientare o cancellare dal campo della democrazia. Eppure, se guardiamo davvero alla tradizione politica occidentale — da Cicerone a Bobbio — la democrazia non è stata mai concepita come campo di battaglia per annientare fisicamente o simbolicamente il diverso. È un metodo per misurare e mediare i conflitti, non per trasformarli in guerra civile permanente. In questo quadro, emerge un paradosso che dovrebbe farci arrossire: abbiamo perso la civiltà del dialogo, ma non abbiamo nemmeno imparato a dirigerci verso obiettivi collettivi positivi. La politica senza contenuti positivi, cioè una politica costruita solo sulla negazione“, è destinata a implodere su se stessa.

Ed è qui che voglio parlare di gentilezza. Non come principio moralistico, ma come antidoto alla velenosa retorica del nemico, ascoltare, riconoscere la fragilità dell’altro, vedere l’essere umano prima che l’avversario: questo è ciò che rende la vita pubblica degna di essere vissuta. La gentilezza non è una debolezza: è un atto di costruzione collettiva, un gesto contrario all’insulto, alla riduzione dell’altro a stereotipo, alla logica del “noi contro di loro”. Proprio come affermava Adam Phillips in un discorso a degli studenti e incluso in un volume illuminante. La realtà è questa: quando la politica smette di essere progetto e si rifugia nell’odio, perde di vista l’unico orizzonte che conta: il bene comune. Come suggeriscono filosofi e psicologi, “la capacità di accogliere, comprendere e dialogare non è un optional“, è l’essenza stessa di una società che aspira alla civiltà. E ogni attacco alla gentilezza è, in ultima analisi, un attacco alle nostre stesse speranze di futuro.

La delegittimazione permanente, la denigrazione sistematica, la demonizzazione dell’avversario: sono tutte scorciatoie retoriche che corrispondono ad un’unica verità amara. Se riduci l’altro a nemico, stai già perdendo la battaglia più importante: quella per la democrazia stessa. E allora, forse, non è Trump o la Meloni o il politico locale o chiunque altro il vero problema. Il problema siamo noi e la nostra incapacità di immaginare una politica che non sia innanzitutto lotta, ma costruzione e umanità.

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta