Ogni volta che si tenta di concedere a Putin e al suo apparato un margine di fiducia, o anche solo il beneficio del dubbio, si ritorna sempre allo stesso punto: l’amarezza di essersi illusi e un disprezzo ancora più profondo. Non solo verso di lui, ma verso chi continua a sostenerlo o a fargli da sponda. E in Italia non sono pochi. Accade puntualmente quando di giorno la Russia finge uno spiraglio di pace, mentre nella notte continua a sventrare palazzi e a seppellire vite sotto le macerie dei suoi missili.
La follia dei nostri tempi è invece tale che, anche quando si parla di chi ha incendiato il mondo con scelte precise e devastanti, bisogna ogni volta ricominciare da zero e snocciolare il lungo rosario. Senza commettere errori, se possibile. Ripetere cioè la sequenza dei fatti, mettere subito dei paletti e anticipare le accuse di omissione. Viviamo in un’epoca in cui perfino la vittima deve presentare un certificato costantemente aggiornato di “verità dei fatti” prima ancora di poter dire che è vivo per miracolo. È un’umiliazione aggiuntiva, oltre che il sintomo del clima malato in cui ci muoviamo.
Eppure, ogni volta che si parla della guerra in Ucraina, sembra necessario ribadire ciò che dovrebbe essere scontato: c’è un aggressore – Putin e l’esercito russo – e c’è un aggredito: Zelensky e il popolo ucraino. Al netto di come vogliamo raccontarla, c’è una verità incontestabile: da quattro anni l’eroico popolo ucraino resiste sotto condizioni ambientali spaventose, ai droni, ai missili russi, pagando un prezzo umano enorme mentre gran parte del mondo – a corto di empatia – si è ormai abituata a girarsi dall’altra parte.
Allo stesso tempo, per chi scrive di questa guerra e vuole essere un minimo autorevole e credibile, rendendo onore alla verità, non può omettere un aspetto importante e controverso: quello delle connivenze del potere ucraino, fin dal 2014, anno dell’Euromaidan, con apparati americani che hanno probabilmente contribuito a convogliare il consenso di una parte degli ucraini indecisi verso la scelta politica più filo-occidentale. Una colpa certo non paragonabile all’infame e criminale aggressione russa perpetrata per quattro lunghissimi anni.
Eppure, per molti, le due cose non solo risultano sovrapponibili – le cannonate vs chi si sarebbe “macchiato” di aver cercato una sponda in Occidente – ma le prime appaiono addirittura giustificabili, come se l’affronto subito da Mosca rendesse tutto legittimo. Il tutto poi corredato da analisi geopolitiche da parte di autorevoli testate che richiamano assetti stabiliti fin dai tempi della Guerra Fredda, considerati da alcuni ancora oggi intoccabili. Con il richiamo ad autorevoli pareri politici del passato: Kissinger, per dirne uno, che aveva messo in guardia la Nato dall’inglobare l’Ucraina. Come se Kiev dovesse pagare a vita il pegno di una schiavitù indesiderata nei confronti dell’odiata Mosca.
Insomma, c’è sempre troppo da premettere, ogni volta che si scrive sull’asse Mosca-Kiev. Specialmente se non si è disposti a cavalcare di default la linea pro Putin. E diventa sempre più necessario ricordare tutta questa infinita tiritera, Donbass compreso, perché l’impressione – in questi ultimi mesi – è che la stanchezza – o come la vogliamo chiamare ? – dell’opinione pubblica in Occidente abbia trasformato l’Ucraina in una palla al piede. Ormai indigesta ai più. Basta vedere come viene liquidata, anche nei giornali più autorevoli, la figura di Zelensky: un meschino accattone che, per armare la sua guerra, è costretto a girare come una trottola da New York alle varie capitali europee senza perdersi un evento in cui possa strappare la promessa di qualche decina di milioni da Merz, da Starmer o da Macron. Per quanto riguarda l’Italia, narrazione vuole invece che qui il presidente dell’Ucraina tocchi duro: perché un giorno sì e l’altro pure viene impallinato dai cecchini della Lega, che poi – in realtà – pur con molti mal di pancia, votano comunque a favore le risoluzioni del governo. Mentre all’orizzonte si intravedono già i frondisti Vannacciani, che proprio sulla questione ucraina pare abbiano diviso l’atomo con Salvini.
Nel frattempo la guerra e la propaganda continuano a scorrere nei due campi di battaglia, in modo spesso non sovrapponibile e asimmetrico rispetto alla realtà. Così, alle sparate della portavoce del ministro degli esteri russo, Maria Zacharova, che un giorno sì e l’altro pure accusa di nazismo le file ucraine – quando basterebbe spiegarle una volta per tutte che “nazista è chi nazista fa”, cioè i loro soldati – si aggiungono le notizie di corruzione nel governo di Zelensky, con l’ennesimo ministro coinvolto negli ultimi giorni. Notizie servite come piatti principali ai boccaloni più interessati al Festival di Sanremo che alle sorti di un popolo che muore giorno dopo giorno.
Basterebbe il buonsenso per riconoscere che la corruzione in Ucraina esiste ed è stata ampiamente documentata, e che proprio l’esistenza di un minimo di democrazia permette di individuarla. Diversamente da quanto accade in Russia, dove chi sbaglia cade prima in disgrazia e poi vittima di qualche incidente “casuale”.
Allo stesso tempo, la Commissione europea – già poco amata trasversalmente nel continente – con le sue, va riconosciuto, posizioni inflessibili a sostegno dell’Ucraina, ha finito per alimentare nell’immaginario collettivo un misto di astio e indifferenza verso le sorti degli ucraini. Una reazione che, paradossalmente, ha reso meno simpatica al resto del mondo la loro stessa lotta. Una lotta per la quale, ormai, nessun calcolatore politico italiano sembra disposto a spendere una sola parola.
Da un lato la Meloni, che da equilibrista ogni volta che pensa a Zelensky si immagina sospesa su una bici a dieci metri d’altezza mentre fa la giocoliera con quattro mele. Dall’altro la sinistra: dove, dalle parti di AVS, l’oracolo del Che Guevara aveva già dato da tempo il suo aperto sostegno altrove, e mentre Kiev chiama, tutti continuano a fischiare girandosi dalla parte sbagliata. Alla stessa Schlein l’argomento non deve risultare troppo leggero, se ampie parti del suo partito, il PD, fanno orecchie da mercante. L’unico rimasto fedele alla causa pare il Calenda nazionale che, dalle ultime uscite, più che sostenere Kiev sembra che gliela stia un po’ tirando.
E in un dibattito assente o sotto traccia, come volete che reagiscano i giornali o i tam tam nei vari dibattiti salottieri in prima e seconda serata? Si adeguano, ovviamente. Lasciando spazio alle bordate che arrivano da destra e da sinistra: dal Belpietro nazionale al Travaglio nazionale, con le loro truppe cammellate a supporto.
È davvero allucinante poi che a comandare, lasciando il campo libero da critiche, siano le narrazioni puramente partigiane, provenienti da personaggi filo-russi che ormai non vanno più per il sottile, in discorsi dove anche le ingiurie personali, unite alla profusione di odio verso i “nazisti e sionisti ucraini”, hanno sdoganato ogni limite alla decenza.
Fra qualche giorno sarà il 24 febbraio, e ricorreranno esattamente quattro anni dall’ingresso dei carri armati russi sul suolo ucraino, in spregio alla sovranità dello Stato di Kiev. In televisione – sempre meno, a dire il vero – scorrono ancora immagini di palazzi sventrati, civili uccisi, bambini privati dell’infanzia, anziani che muoiono assiderati, vite consumate dalla fame e dalla miseria. Mi chiedo quale sia, per un politico o per un giornalista devoto, la soglia della pietà; quale misura del dolore ritengano accettabile prima di riconoscerlo e rispettarlo per ciò che è.