È passata una settimana dal ciclone Harry e la Sicilia continua a franare. Non solo la costa, sventrata dalla mareggiata, ma ora anche l’entroterra: paesi costruiti su terreni fragili, colline che si aprono, case che scivolano giù come se fossero state appoggiate su un enorme scatolone pieno di sabbia.
Niscemi è diventata il simbolo di questa fragilità. Prima l’evacuazione dei quartieri colpiti dalla frana, poi la voce – sempre più insistente – che l’intero abitato potrebbe scivolare verso la valle di Gela. La Protezione civile parla di rischio esteso, e non è un’iperbole. È la fotografia di un territorio che da decenni vive sopra un equilibrio instabile, ignorato finché non crolla. Appunto.
Ma Niscemi è solo la punta dell’iceberg. Il resto del litorale siciliano – e con esso tratti di litorale in Sardegna e Calabria – è ancora sotto macerie, e la conta dei danni si fa sempre più ingente. Santa Teresa di Riva, Furci, Letojanni, Giardini Naxos, Stazzo, Riposto, Torre Archirafi, Aci Trezza: il tratto da Messina a Catania, dove il maremoto ha colpito più duro, con onde record fino a 16 metri, è stato devastato. Le immagini parlano da sole: strade cancellate, alberi sradicati, marciapiedi inghiottiti dalla furia della natura. In certi punti sembrava fosse esploso del tritolo. Cemento, detriti, barche rovesciate come giocattoli. E persone che all’indomani si aggiravano incredule, come sonnambuli dentro un paesaggio che non riuscivano più a riconoscere.
Qui, sul litorale jonico, la natura ha riscritto i confini. Ha ridisegnato la geografia, riprendendosi pezzi di spiaggia che le erano stati sottratti e cancellando linee ferrate, piazze, strade che la fretta e l’incuria dell’uomo avevano posto lì con troppa disinvoltura.

A Marzamemi nel Siracusano, il mare ha ricordato a tutti chi comanda davvero. E sono molte, moltissime, le attività commerciali in tutta la costa orientale sicula – bar, ristoranti, negozi, la spina dorsale di un’economia fragile basata sul turismo – che rischiano di chiudere i battenti se non adeguatamente assistite dallo Stato.
In queste ore, mentre la Sicilia e i siciliani si leccano le ferite, la discussione pubblica si è spostata altrove. Non più solo sui danni, ma sulla macchina organizzativa, sui ritardi, sulla Protezione civile, sullo scarso impatto mediatico di una tragedia idrogeologica che ha colpito i territori più fragili e meno attrezzati. Territori dove l’incuria strutturale – praticata per decenni, a tutti i livelli – si somma agli effetti sempre più estremi del cambiamento climatico.
E così, inevitabilmente, la polemica è diventata politica. L’opposizione accusa il governo di aver dimenticato il Sud. E come spesso accade davanti a tragedie di questa portata, volano parole grosse. Ma il punto è un altro: com’è possibile che un disastro di questa entità non abbia ricevuto l’attenzione – politica oltre che mediatica – che meritava? Com’è possibile che l’attenzione nazionale sia rimasta così bassa, nonostante la presenza – sulla carta – di una squadra di governo ricca di rappresentanti siciliani.
A finire nella bufera politica, in prima linea, sono Nello Musumeci e Adolfo Urso, ministri di questo esecutivo oltre che figli delle terre colpite dal maremoto. E poi il governatore Schifani, che sul territorio dovrebbe avere un peso politico decisivo e fungere da pungolo verso il governo per sbloccare decisioni e risorse fondamentali. Eccezione positiva, va detto, Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato, che in visita ai territori colpiti ha dichiarato che verificherà periodicamente lo stato dei lavori di ricostruzione.
La polemica ha investito anche la presidente del Consiglio. Meloni, in altri casi – come in Romagna due anni fa – solerte nell’indossare gli stivali e farsi vedere accanto ai cittadini colpiti da calamità, stavolta ha preferito il silenzio. Sic et simpliciter. E allora la domanda, amara, sorge spontanea: forse i cittadini della Sicilia jonica, o quelli di Niscemi, sono cittadini di serie B?
A pensare male, si dice, a volte ci si becca. O almeno non ci si va troppo lontano. E viene da chiedersi: è diventata tutta una passerella interessata, la politica? Si è ridotta a un ramo della società dello spettacolo, dove la presenza sul campo dipende dall’utilità mediatica del momento? Dove l’interesse del cittadino arriva sempre dopo, in subordine, come un dettaglio sacrificabile davanti al culto egoistico della visibilità?
E ancora: quanto pesano le convenienze, le appartenenze, le responsabilità incrociate? Perché non sembra un dettaglio che a guidare il governo regionale siano le stesse forze che governano a Roma.
Certo, non scopriamo nulla di nuovo. Ma fa male lo stesso. Fa male vedere un territorio già colpito costretto a sopportare anche l’indifferenza. Fa male osservare comunità intere chine nel fango – a Stazzo, dove da giorni i volontari lavorano senza sosta, o a Gravina, dove si raccolgono viveri, coperte e indumenti per chi ha perso tutto nella frana di Niscemi – mentre, lamentano in molti – dallo Stato gli aiuti arrivano a rilento.
In mezzo a questo silenzio imbarazzante, qualche proposta sensata è arrivata. Come quella avanzata dall’opposizione – ma non è questo il punto – per bocca di Elly Schlein, di usare i fondi destinati al Ponte sullo Stretto per affrontare l’emergenza nei territori devastati.
Una proposta di semplice buon senso, che però basta da sola a mettere di nuovo a nudo una classe politica locale e Nazionale che fatica a leggere le necessità elementari della Sicilia, spesso incapace di anteporre sicurezza e vivibilità alla tentazione dei progetti faraonici, monumentali, figli di promesse scolpite sulla sabbia e di una retorica che dura giusto il tempo della posa della prima pietra.
Il resto lo dirà il tempo, che – nella terra dello scetticismo eretto a sistema filosofico – non ha bisogno di proclami per presentare il conto. Sempre salatissimo, ovviamente.