Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me è il titolo dello spettacolo, diretto e interpretato da Bruno Prestigio e Michele Carvello, andato in scena nei giorni scorsi al Cine Teatro Don Bosco di Marsala che ha riaperto le sue porte al pubblico grazie alla Nomea Produzioni. Lo spettacolo, tratto da alcune novelle giovanili di Luigi Pirandello, è stato rappresentato in alcuni teatri isolani e ha vinto il Catania Off Fringe Festival, nonché il Premio “Mario Pupella” di Palermo per la migliore regia.
Di fronte a un centinaio di spettatori – potenzialmente eroici, considerando il fatto che sono riusciti a sfuggire, almeno per una serata, alla dittatura sanremese – i due giovani attori siciliani hanno dato corpo, voce e anima, per circa un’ora, a uno spettacolo tanto rigoroso quanto leggero. Una proposta piuttosto audace perché si tiene a debita distanza sia da certa drammaturgia dei buoni sentimenti, magari in salsetta agrodolce e dialettale (oggi parecchio in voga nei palcoscenici nostrani), sia da una concezione del teatro totalmente al servizio dell’attualità e del tema ‘forte’.
Sostanzialmente fedele al testo e alla cifra letteraria del primo e meno frequentato Pirandello, la performance si dipana in quattro capitoli scenici (“Nostra moglie”, “L’accordo”, “La vigilia”, “In società”), scanditi dalle citazioni musicali da Liszt, Vivaldi, Schubert e da alcuni paesaggi sonori che evocano il mare, la pioggia, i tuoni.
Come si legge nelle note di regia: “La nostra idea registica è di mostrare i quattro capitoli come delle stanze della mente in cui ogni personaggio, con un cambio scena a vista, modificherà l’assetto scenografico fino ad arrivare all’ultimo capitolo in cui il palco sarà completamente svuotato e l’azione scenica si svolgerà in platea, coinvolgendo il pubblico presente in sala. I quattro capitoli oltre ad essere delle stanze della mente avranno anche una connotazione meteorologia/temporale: ogni capitolo infatti rappresenta una stagione partendo dalla primavera, passando per l’estate, continuando per l’autunno per poi terminare con l’inverno”.
Nel corso di questi incessanti dialoghi dell’‘io’ che si sdoppia inesorabilmente, il testo pirandelliano si fa sentire in tutta la sua consistenza introspettiva e la sua dimensione pensosa e spesso concettosa, così come nella lingua tendenzialmente aulica di fine Ottocento. Un ‘io’ perennemente dimidiato, molto spesso in conflitto con sé stesso, alle prese con i suoi rovelli, le gioie e le lacerazioni, i dissidi interiori e le apparenti provvisorie pacificazioni, animato sulla scena da una perfetta e simmetrica complicità di battute, ammiccamenti, gesti e minimi istrionismi dei due bravissimi interpreti. Che sembrano muoversi nello spazio scenico come tra le pagine di un libro, grazie non soltanto alla letterarietà pressoché inalterata del testo e all’uso di apposite didascalie, ma anche ai silenzi cadenzati e a una ben calibrata serie di movimenti coreografici, indubbiamente tra i momenti più intensi e originali dell’intera pièce. Fino alla scena finale – quasi un’appendice o una postilla metateatrale – in cui gli attori indossano un frac, scendono dal palco e prendono posto in mezzo al pubblico. Forse perché nell’attraversare la vita stessa, in fin dei conti, non c’è ‘io’ che non vorrebbe impersonare contemporaneamente entrambi i ruoli: quello di protagonista e quello di spettatore.
Lo spettacolo è stato prodotto da Nomea, le scene e i costumi sono stati realizzati dal laboratorio di scenografia del Teatro Stabile di Catania, la direttrice dei movimenti è Jacqueline Bulnes e l’assistente alla regia Cristiana Lus.