Il rumore di Sanremo

redazione

Il rumore di Sanremo

Condividi su:

sabato 15 Febbraio 2025 - 18:26

[ di Ninni A. Aiuto ] Sembra che Sanremo non piaccia a nessuno ma poi tutti lo guardano. Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Nunzio Filogamo o Amadeus, Fabio Fazio, Cecchetto, Chiambretti, Morandi, Fiorello, Nuccio Costa, Bonolis, Baglioni o la Goggi, la Carrà, Simona Ventura e Antonella Clerici; persino i figli d’arte: Rosita Celentano, Paola Dominguín, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi. Sono i conduttori, ancor più che i cantanti o i vincitori, a cadenzare il passaggio da un regno all’altro di questo grande spettacolo “nazional-popolare”, e non nell’accezione negativa che Manca, in qualità di presidente della Rai, volle dare negli anni ‘80 delle trasmissioni di Baudo (a seguito dell’incidente diplomatico occorso con l’intervento di Beppe Grillo a Fantastico 7, nella puntata del 6 gennaio del 1986). E questa che, da molti, viene vista come una contraddizione per un Festival della canzone è, in realtà, la sua fortuna, almeno televisiva. Perché poi, diciamoci la verità, le canzoni spesso finiscono per essere la pausa obbligata (almeno quello) tra uno stacchetto e l’altro, tra un’ospitata e l’altra, tra l’attesa spasmodica del pubblico – di ogni pubblico televisivo che non richieda granché in termini di contenuto – per l’incidente occorso al cantante di turno, al conduttore, alla valletta o, come si dice oggi, co-conduttrice. Perché Sanremo è anche, se non soprattutto rumore. Senza che in tutto questo ci sia alcun giudizio estetico, etico o morale, come non ce ne potrebbe essere alcuno a giudicare la festa più importante del paesino o della cittadina nella quale si vive: è solo la sospensione momentanea dalla realtà quotidiana dei nostri problemi, delle nostre piccole o grandi frustrazioni, è il banchetto delle praline o delle bibite all’angolo nel quale incontri e saluti gioiosamente, almeno per quel giorno, pure il vicino di casa che hai sempre cercato di evitare.

Guardare Sanremo, ovviamente, non è un obbligo e non ha una valore in sé ma, anche per chi, come il sottoscritto, non lo consideri un prodotto di eccelsa qualità culturale, è comunque un’opportunità, neanche tanto piccola, di capire cose che altrimenti ci sfuggirebbero. È la camera oscura in cui si riflette gran parte delle piccole aspirazioni o delle storture di questo nostro Paese, è uno spontaneo convegno sulla stato di salute della nostra lingua, è il laboratorio di nuovi linguaggi o, almeno, di nuove parole d’ordine. Il tutto fatto senza spocchia dottorale o accademica e in ossequio a una solo comandamento: Sanremo è l’auto-celebrazione dell’italica capacità di mischiare alto e basso, poesia e stornelli da osteria, senza più riconoscere né l’uno né l’altro.

“E la canzone italiana, allora?”

Beh, la canzone è solo un fantastico pretesto per parlare d’altro, o quasi, se è vero che anche al Dopofestival i critici musicali stanno dietro al parterre di splendide signore della TV, della moda o dello sport, mostrando con l’arte in questione nessun particolare rapporto, se non quello che chiunque tra noi avrebbe se posto di fronte a una radio accesa. Tanto che, sebbene già nel 1974 la nostra Raffaella Carrà ritmava nostalgicamente una elegia del “rumore” – «na, na, na, na, na, na, mi è sembrato di sentire un rumore. Rumore!» – persino la sempre ribelle Selvaggia Lucarelli alla fine si fa notare per una critica di costume, giacché, a suo dire, quei mattacchioni dei Duran Duran la sera prima, in hotel, avevano fatto davvero troppo baccano. Pensate un po’, dei rockettari, per quanto attempati, avevano fatto rumore, come se Sanremo fosse un concilio episcopale e non una grande festa popolare dove, persino quest’anno, l’eccesso non è più un grado ma la stessa unità di misura.

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta