Processo Artemisia, le difese hanno sollevato la questione dell’incompatibilità territoriale

redazione

Processo Artemisia, le difese hanno sollevato la questione dell’incompatibilità territoriale

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martedì 26 Ottobre 2021 - 13:00

Si è tenuta ieri la prima udienza del processo scaturito dall’inchiesta che nel 2019 accese anche i riflettori sull’esistenza di logge massoniche segrete in provincia di Trapani e, precisamente, a Castelvetrano. Le indagini avrebbero svelato che proprio sui rapporti con la massoneria castelvetranese si sarebbe basata la forza dell’ascesa politica di Giovanni Lo Sciuto, ex deputato regionale, chiamato a rispondere insieme ad altri 17 soggetti di vari reati.

Davanti al collegio dei giudici presieduto dal dottore Franco Messina e a latere i dottori Massimo Corleo e Stefano Cantone si è svolta ieri la prima udienza del processo scaturito dall’inchiesta della magistratura trapanese nel 2019 e denominata “Artemisia”, che accese anche i riflettori sull’esistenza di logge massoniche segrete in provincia di Trapani e, precisamente, a Castelvetrano. Le indagini avrebbero svelato che sui rapporti con la massoneria castelvetranese si sarebbe basata la forza dell’ascesa politica dell’ex parlamentare regionale del Partito dei Siciliani-MPA, Giovanni Lo Sciuto, imputato insieme ad altri soggetti: l’ex legale rappresentante dell’ente di formazione ANFE Paolo Genco, Gaspare Magro, l’ex sindaco di Castelvetrano Felice Jr Errante, l’ex segretario comunale dei comuni di Erice e Buseto Palizzolo Vincenzo Barone, Giuseppe Angileri, Maria Luisa Mortillaro, il collaboratore dell’ex onorevole siciliano Isidoro Calcara, gli appartenenti alla polizia di Stato Salvatore Passanante (commissariato di Castelvetrano) Salvatore Virgilio (DIA di Trapani), Salvatore Giacobbe (Questura di Palermo), il cugino dell’ex deputato regionale Vincenzo Giammarinaro, il medico e collaboratore esterno dell’Inps Rosario Orlando, Tommaso Geraci, Vincenzo Chiofalo, Giuseppe Berlino, Luciano Perricone.

Tra i reati contestati dalla Procura, rappresentata dalle dottoresse Francesca Urbani e Sara Morri, figurano: la corruzione, l’induzione indebita, la concussione, il traffico di influenze illecite, la truffa in danno dello Stato, il falso materiale, la rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio, l’associazione per delinquere e la violazione della cosiddetta “Legge Anselmi”.

Dunque, nel corso del processo, tenutosi nell’Aula Bunker del Palazzo di giustizia di Trapani, le difese di alcuni imputati hanno sollevato la questione della competenza territoriale. Nello specifico, l’avvocato Franco Messina, legale di Giovanni Lo Sciuto, ha sostenuto che per stabilire il cosiddetto locus commissi delicti dovrebbe essere preso in considerazione il luogo in cui si sarebbe verificato il reato più grave, cioè la corruzione e, in particolare, il territorio in cui sarebbe avvenuto il pagamento. Poiché il patto di appoggio elettorale in prospettiva del rinnovo dell’Ars nel 2012, e contestato a Lo Sciuto, sarebbe avvenuto con la promessa a Castelvetrano (territorio di competenza del tribunale di Marsala), mentre la dazione sarebbe stata effettuata a Palermo, ciò escluderebbe evidentemente il circondario di Trapani. Tra le diverse accuse, infatti, Gaspare Magro, vicino all’ex onorevole Lo Sciuto, e fautore della sua campagna elettorale del 2012, che avrebbe appoggiato con un contributo di 30 mila euro, una volta assunto presso l’Anfe, si sarebbe attivato per far acquisire a Genco il Durc, documento indispensabile per ricevere finanziamenti regionali di circa 5 milioni di euro. Il legale rappresentante dell’Anfe, avrebbe invece elargito circa 20 mila euro per la campagna elettorale dell’ex parlamentare regionale, finanziando illecitamente il Partito dei Siciliani-MPA, promettendo anche un sostegno economico e nella raccolta di voti per le elezioni del 2017. Inoltre, si sarebbe impegnato ad assumere presso il suo ente di formazione soggetti indicati dall’ex deputato regionale per garantirgli un bacino elettorale indispensabile alla sua attività politica. Da parte sua, Giovanni Lo Sciuto avrebbe garantito a Genco la sua intercessione per l’approvazione di emendamenti in seno al Parlamento siciliano ai fini dello stanziamento dei fondi per il suddetto ente.

Anche l’avvocato Franco Lo Sciuto, il quale nel processo difende Salvatore Passanante e Vincenzo Chiofalo, ha chiesto ai giudici di esprimersi sulla questione della competenza territoriale, la quale, secondo la sua tesi, ricadrebbe ugualmente su Palermo, luogo in cui si sarebbe verificato appunto il reato, diversamente da quanto sostenuto nell’ordinanza del gip, Samuele Corso, è cioè a Trapani nel 2015.

Stessa richiesta al tribunale è pervenuta dalla difesa di Paolo Genco, rappresentata in udienza dall’avvocato Monica Taormina, in sostituzione del titolare, l’avvocato Massimo Motisi. Per la legale, il reato di peculato sarebbe stato riformulato dall’accusa in truffa ai danni dello Stato per mantenere il processo a Trapani.

Pure l’avvocato Luigi Miceli, difensore di Felice Jr Errante, si è associato alle richieste dei colleghi sopracitati. Al contrario, l’avvocato Celestino Cardinale, legale di Isidoro Calcara ha dichiarato di condividere la posizione del Gip. Infine, l’avvocato Giovanni Lentini, che difende Vincenzo Barone, ha rimesso la decisione ai giudici.

Il sostituto procuratore Urbani ha ricordato in Aula che la riformulazione del reato di truffa summenzionato è frutto di un’attività integrativa d’indagine. Inoltre, l’accusa ha chiesto di potere presentare memoria. Il collegio dei giudici per la decisione ha rinviato l’udienza all’8 novembre.

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