Da anni sappiamo che le risorse del pianeta non basteranno per tutti gli abitanti del pianeta. In particolare, sappiamo che non si può continuare con un modello che mette al centro dell’economia l’utilizzo di petrolio e gas, che andrebbe sostituito con un sistema che punta sulle energie rinnovabili e di un approccio radicalmente diverso sul fronte ambientale. E’ chiaro che si tratta di un cambiamento epocale, che non può avvenire dalla sera alla mattina. Eppure, la sensazione è che si sia fatto molto meno di quello che si sarebbe potuto fare per velocizzare il processo di transizione energetica.
Un Paese come l’Italia, che basa la propria economia sulle esportazioni legate ai brand della moda, dell’industria automobilistica, dell’enogastronomia sa (o dovrebbe saper bene) di essere profondamente dipendente dalle importazioni di idrocarburi dagli Stati che maggiormente li producono (Paesi arabi, Russia, Usa). Ma si è preferito usare il freno a mano, piuttosto che l’acceleratore. All’interesse generale si è anteposto l’interesse delle solite lobby, che poi sono quelle che finanziano le campagne elettorali, puntando di volta in volta sul cavallo vincente, a prescindere dalle convinzioni ideologiche.
“E’ la politica, bellezza”, direbbe cinicamente qualcuno, parafrasando una storica citazione di un celebre film americano (“L’ultima minaccia”, con Humphrey Bogart). E a un certo punto, nel mondo, è venuta fuori una narrazione che ha convinto una larga parte della popolazione che il cambiamento climatico fosse un falso problema, una fissazione di certe élites che volevano vendere più auto elettriche e pannelli fotovoltaici, spostando l’indignazione generale verso i migranti, la presunta scomparsa delle tradizioni di un tempo e la cosiddetta “ideologia woke”.
Succede, però, che le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno determinato una lunga serie di effetti che rischiano di mettere in ginocchio l’economia delle famiglie italiane. Così, mentre è stato salvaguardato un sistema politico-affaristico che ha lasciato inalterati i rapporti di potere, aumentando la ricchezza di chi era già molto ricco, dall’altro lato si sono create le condizioni di una dipendenza energetica ancora maggiore, che dal 2022 ad oggi ha portato a continui rincari sul fronte delle bollette, dei trasporti, del carrello della spesa, con evidenti conseguenze sui risparmi e sui consumi del ceto medio e delle fasce più fragili della popolazione.
Se solo si fosse stati un po’ più lungimiranti, più coraggiosi e meno condizionati dalle lobby degli idrocarburi investendo seriamente sulla transizione energetica (come, del resto, hanno fatto gli spagnoli) non saremmo in questa situazione di allarme, con una prospettiva ancora più preoccupante per i prossimi mesi. C’è ancora tempo per correggere la rotta: ma occorre che la classe dirigente del nostro Paese pensi meno alle prossime elezioni e più alle nuove generazioni.