“Insegnare è aprire menti, non schedarle”: l’appello di Antonella Milazzo contro il sondaggio dell’estrema destra

redazione

“Insegnare è aprire menti, non schedarle”: l’appello di Antonella Milazzo contro il sondaggio dell’estrema destra

Condividi su:

sabato 31 Gennaio 2026 - 12:05
Ex insegnante di diritto e componente della direzione regionale del PD, Antonella Milazzo lancia un duro monito alla scuola pubblica: no alla logica del sospetto e della delazione che trasforma i docenti in “colpevoli” da segnalare per orientamento politico. “Difendere la libertà di insegnamento significa difendere la dignità della scuola e i principi della Repubblica”, scrive in questa lettera alla redazione. Un intervento appassionato che richiama l’articolo 33 della Costituzione e il patto silenzioso tra aula e democrazia.

Ho passato una parte importante della mia vita in aula, davanti a ragazzi di diciotto anni, insegnando diritto costituzionale. Non è una materia come le altre. È il primo incontro consapevole con la Repubblica, con le sue regole, con i suoi valori. Ogni volta che spiegavo la libertà, l’uguaglianza, i diritti fondamentali, sentivo il peso e l’onore di quelle parole: non erano nozioni da memorizzare, ma strumenti per diventare cittadini liberi.

Per questo oggi non riesco a restare in silenzio. Perché so cosa significa educare alla democrazia e so quanto sia pericoloso introdurre nella scuola la logica del sospetto. Nei giorni scorsi un’associazione studentesca di estrema destra ha lanciato un sondaggio per “segnalare” i docenti in base al loro orientamento politico. Dietro l’apparenza di una consultazione, l’iniziativa nasconde un’idea inquietante: trasformare l’insegnamento in un comportamento da controllare, le idee in una colpa da registrare.

Ho sempre creduto che insegnare volesse dire aprire menti, non indirizzarle; stimolare il pensiero critico, non imporre una visione; abituare al confronto, non alla delazione. È per questo che considero iniziative come questa non una semplice provocazione, ma un attacco culturale alla scuola pubblica e ai principi costituzionali su cui si fonda.

Chi insegna sa che ogni lezione è un atto di fiducia: fiducia nella capacità dei ragazzi di distinguere, di dissentire, di costruirsi un’opinione propria. Ridurre il rapporto educativo a una contrapposizione ideologica significa tradire quel patto silenzioso che tiene insieme scuola e democrazia.

La Costituzione tutela tutto questo con parole limpide. L’articolo 33 garantisce la libertà di insegnamento, non come privilegio del docente, ma come presidio democratico. È una libertà che appartiene innanzitutto agli studenti, perché assicura loro l’accesso a una pluralità di visioni e di interpretazioni del mondo. Senza questa libertà, la scuola smette di essere luogo di formazione critica e diventa spazio di controllo.

La scuola pubblica è bella proprio per questo: perché è attraversata da differenze, da storie, da approcci culturali diversi. Ho conosciuto colleghi con idee lontane dalle mie, e li ho sempre considerati una ricchezza, non una minaccia. È nel confronto che si cresce, non nella sorveglianza reciproca.

Difendere oggi la libertà di insegnamento significa difendere la dignità della scuola pubblica e la sua funzione costituzionale. Significa ribadire che educare non è uniformare, ma rendere liberi.

Perché, se la scuola rinuncia alla libertà di insegnamento, se accetta la logica della schedatura e del sospetto, tradisce la sua missione più alta. E tradisce quei ragazzi a cui ho cercato di spiegare che la Costituzione non è un testo da celebrare a parole, ma una pratica quotidiana da difendere nei fatti. È per loro, e per ciò che ho insegnato per una vita, che non posso tacere.

Antonella Milazzo

(si è prof per sempre)

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta