Ricorre oggi il 34° anniversario della Strage di via D’Amelio. Era una domenica pomeriggio, il 19 luglio del 1992, quando Palermo fu devastata da una nuova esplosione, che segnò uno spartiacque nella coscienza civile di molti italiani, a 57 giorni dalla Strage di Capaci. Quel giorno morirono Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta – Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina – e, contestualmente, si consumò l’atto finale di una Prima Repubblica che aveva mantenuto solo in parte le premesse di democratizzazione del Paese con cui era partita, il 2 giugno del 1946. Perchè quel 19 luglio del 1992 si capì in maniera evidente che dietro la Strage non poteva esserci soltanto il ghigno disumano di Totò Riina e dei suoi sodali, ma c’era – quantomeno – uno Stato che non aveva saputo proteggere uno dei suoi servitori più fedeli e coraggiosi. Era già successo tante volte, con Terranova, Giuliano, Mattarella, La Torre, Chinnici, Dalla Chiesa, Montana, Cassarà, Livatino. Ma quel giorno fu diverso. Perchè dopo la Strage di Capaci Borsellino era diventato il magistrato più esposto nella lotta alla mafia ed era evidente a tutti, in primis a lui, che sarebbe stata necessaria una protezione speciale.
Mai come allora i siciliani chiesero verità e giustizia, senza se e senza ma. A 34 anni di distanza, purtroppo, ci ritroviamo a dire che quella richiesta è rimasta inascoltata. Non sono mancate le indagini, i processi, i libri, i film, le serie tv, le canzoni, i dibattiti. Ma non sono mancati nemmeno i depistaggi, le reticenze degli apparati dello Stato, le narrazioni parallele. Ormai ci sono pezzi di società civile e di politica che portano avanti, separatamente, battaglie diverse, utilizzando – non sempre a proposito – il nome di Paolo Borsellino. E persino i familiari del giudice si sono ritrovati su posizioni distanti, benchè animati dallo stesso, sincero dolore. Tutto ciò aggiunge altro sale a una ferita che non smette di bruciare, da 34 anni. E se a lungo la memoria era sembrata una liturgia doverosa per ricordare il sacrificio di chi ha dedicato la propria vita a un Paese più libero e giusto, oggi somiglia sempre più alla conferma di una sconfitta, per tutti coloro che hanno creduto di poter rivedere l’agenda rossa di Paolo Borsellino e di conoscere i nomi e i volti di quelle “menti raffinatissime” che orchestrarono cinicamente la Strage.
Di anno in anno, il 19 luglio è diventato il giorno dell’amarezza. Quello in cui prendiamo atto della radicata volontà di una parte dello Stato di non consentire l’accesso alla verità a chi la chiedeva allora e alle giovani generazioni che hanno conosciuto più recentemente la storia di Paolo Borsellino, apprezzandone l’esempio di professionalità, coraggio e rigore morale. L’amarezza, tuttavia, non deve trasformarsi in rassegnazione. Sarebbe la sconfitta definitiva, di fronte a una storia che non può essere archiviata negli armadi della vergogna della nostra Repubblica, ma che deve continuare ad animare l’impegno di tutti coloro che credono nel valore della verità, nella giustizia e in un Paese che sappia liberarsi dai fantasmi del passato – connivenze, zone grigie, apparati deviati dello Stato, indicibili trattative nel segno della real politik – per andare in una direzione finalmente nuova e pienamente democratica.