Nei giorni scorsi a Marsala si è tenuto un incontro sulle politiche culturali in città, promosso dalla Federazione Italiana Tradizioni Popolari. Nel corso del dibattito tra i candidati sono emersi diversi spunti di riflessione su potenzialità e criticità di una città che solo a fasi alterne, nella sua storia recente, è sembrata consapevole del proprio ruolo. Posizione geografica, patrimonio storico e naturalistico, brand imprenditoriale legato al proprio vino, sono elementi che potrebbero consentire a Marsala di coltivare progetti ambiziosi in vari ambiti, soprattutto a livello culturale. Ma chi ha amministrato la città si è spesso accontentato di gestire la cultura rinunciando a una visione sistemica, un po’ perchè non ci si crede davvero, un po’ perchè non se ne coglie pienamente il potenziale.
La cultura a Marsala è stata spesso utilizzata come un gingillo da esibire in situazioni speciali, a volte come un serbatoio di consensi, a volte come uno strumento per rivendicazioni identitarie. Eppure, chi conosce bene questa città, è pienamente consapevole di un’effervescenza che è pronta a esplodere, in presenza di condizioni adeguate. Lo dimostra la quantità (e la qualità) degli artisti cresciuti in questi anni ed affermatisi anche in ambito nazionale, la partecipazione del pubblico a eventi di riconosciuta qualità, la nascita di associazioni e spazi privati che hanno organizzato iniziative di innegabile spessore, la persistenza di progetti e proposte che continuano a fioccare tra i più giovani nonostante le porte chiuse in faccia e la sufficienza con cui si giudica il loro curriculum. Il più grande errore compiuto dalla classe dirigente che ha governato Marsala negli ultimi 20 anni è stato quello di non aggregare queste energie, preferendo spesso cavalcare le divisioni, alimentando gelosie e rivalità, secondo quella logica del “dividi et impera” che piace tanto al potere. Inoltre, si è sottovalutato un aspetto fondamentale: la qualità della vita di un territorio dipende sicuramente da strade sicure e illuminate, spiagge pulite e attrezzate, verde pubblico e decoro urbano, servizi moderni e funzionali, ma anche da una proposta culturale erogata con continuità e creatività, a beneficio dei cittadini e dei turisti, tornando a guardare agli esempi più virtuosi del panorama nazionale.
Qualunque sia il colore politico della prossima amministrazione, il suggerimento che parte dalle colonne di questo nostro giornale, è di puntare su un grande progetto culturale di respiro nazionale, capace di dare lustro e prestigio alla città, come potrebbe essere la candidatura di Marsala a Capitale della Cultura. Un percorso che è stato seguito da tante città, a volte con successo, a volte in maniera deludente, ma che rappresenterebbe una strordinaria opportunità di autentica ripartenza in cui inserire tutto ciò che la comunità lilibetana può offrire: Mozia e lo Stagnone, l’11 maggio e il legame con il Risorgimento Italiano, il Parco Archeologico e il Museo della Nave Punica, il Complesso San Pietro con la Biblioteca Comunale, il Convento del Carmine e Palazzo Grignani (se mai riaprirà), Villa Cavallotti e i teatri comunali, il vino Marsala con le Cantine storiche e il legame con i Florio, le saline e i tramonti, i bagli e vigneti. Senza dimenticare le potenziali sinergie con i Comuni vicini.
L’anno giusto potrebbe essere il 2030, in occasione del 170° anniversario dallo Sbarco dei Mille. Un appuntamento solo apparentemente lontano rispetto a un progetto che dovrebbe essere costruito gradualmente, coinvolgendo la città in maniera adeguata.
Ai candidati, dunque, l’invito a rifletterci su, nella convinzione che si tratta di processi che lasciano tanto ai territori, rafforzandone l’identità, la riconoscibilità e la coesione sociale. E, soprattutto, immaginando che Marsala Capitale della Cultura sarebbe un prezioso ponte verso quelle generazioni che hanno il diritto di guardare la propria città con un rinnovato sentimento di fiducia e speranza.