Pioggia di caschi gialli, poesia in memoria degli operai morti dalla gru a Palermo

redazione

Pioggia di caschi gialli, poesia in memoria degli operai morti dalla gru a Palermo

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venerdì 10 Aprile 2026 - 23:00

Una poesia che nasce da una ferita aperta nella cronaca e nella coscienza: la ripetizione di incidenti sul lavoro che trasformano la quotidianità in una sequenza di cadute. L’immaginario di Golconda di René Magritte diventa chiave simbolica per rappresentare l’omologazione delle vite operaie ridotte a numeri, sospese tra cielo e terra, tra bisogno e rischio. La poesia di Yuleisy Cruz Lezcano cerca di restituire peso e volto a ciò che spesso viene consumato in fretta: la perdita, il dolore, la precarietà sistemica. È anche un atto di denuncia, un rifiuto della normalizzazione della tragedia, un tentativo di incidere nella memoria ciò che tende a svanire nel ciclo veloce delle notizie. La poesia è dedicata agli operai morti a Palermo e a quelli del modenese, uniti dalla stessa sorte e dallo stesso silenzio che segue il rumore della caduta. Ai loro nomi: Daniluc Tiberi Un Mihai (50 anni) e Najahi Jaleleddine (41 anni), alle loro famiglie, a chi resta e porta il peso invisibile dell’assenza:

Pioggia di caschi gialli

Come in un cielo estraneo alla terra,

si dischiude Golconda

di René Magritte, qui

le bombette mutano in caschi gialli,

la caduta perde arte e diventa peso.

Palermo trattiene il respiro opaco,

due nomi si sciolgono nel venticello del mattino,

sono numeri e oscillano sospesi:

due vite spezzate, due corpi d’avorio,

un terzo inchiodato al caso che trema.

Si vive in stallo, ogni giorno nuove morti,

il cielo versa uomini, di carne è la pioggia

di figure grigie che si moltiplicano nell’aria,

inermi dentro la gravità della fatica,

prigionieri di un tempo che consuma.

A volte si mette l’anima sul pendolo

e si raccatta il primo appiglio davanti agli occhi,

attrito, un margine che regge l’errore

che piega in tregua breve,
l’ultimo respiro che esce tra i denti.

La fame d’aria soffia nelle orecchie

con un filo di voce spezzato e sottile,
la pupilla trattiene vuoti scavati,

isole perdute che si inseguono

nel sangue delle urla.

Nel modenese sale una nebbia sorella,

recente, aderente alla pelle dei giorni,

lo stesso quadro insiste e si ripete,

cronaca che prende forma di abitudine,
polvere che si deposita sui nomi.

Il rantolo gira nelle viscere aperte,

nei fiumi delle arterie che martellano,

tessendo terre di uomini che cedono,

nei fossi, nei cantieri, nelle altezze,

dove il pane pesa quanto la caduta.

E si cade spezzando la luce opaca,

uomini allineati in un ordine che ferisce,

memoria breve che già scolora,

volti confusi in un’unica figura,

tempo che scivola senza riconoscere.

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