Willy, Floyd e l’umanità da ripensare

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Willy, Floyd e l’umanità da ripensare

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mercoledì 09 Settembre 2020 - 06:58
Willy, Floyd e l’umanità da ripensare

Picchiare un ragazzo per circa 20 minuti nell’indifferenza (mista a paura) della comunità. Fino ad ucciderlo. E’ successo a Colleferro, nel Lazio. Ma sarebbe potuto succedere in una qualsiasi città di provincia del Nord, del Centro o del Sud. Persino qui a Marsala. Anzi, è già successo qualche settimana fa e chi ha visto la scena giura che solo per caso non c’è scappato il morto. Ormai non c’è città in cui il fine settimana non sia diventato terra di conquista di qualche teppista bramoso di esperienze ad alto tasso di adrenalina.

Ci dev’essere stato un momento in cui, a un certo punto, qualcuno ha spento improvvisamente la lampadina, lasciando che si smarrisse irreversibilmente il senso di umanità. Un processo graduale, alimentato dai cattivi maestri dell’intolleranza e dell’odio che hanno trovato terreno sempre più fertile nelle periferie gravate da una crisi economica e sociale che ha lasciato campo aperto alle organizzazioni malavitose, ai trafficanti di droga e ai seminatori d’odio in servizio permanente, a cui un certo modello culturale ha spiegato che se lo Stato, le Regioni o i Comuni tolgono fondi all’istruzione, alla sanità o ai servizi sociali, non si va in piazza a reclamare i propri diritti, ma si cerca uno sfogo qualsiasi, giusto per scaricare un po’ di frustrazione nel nome di una folle catarsi.

In fin dei conti, anche al potere va benissimo così: meglio lasciare che la rabbia si incanali contro le donne, i bambini, gli omosessuali o gli immigrati, piuttosto che contro classi dirigenti incapaci di accorgersi del lavoro che non c’è, della criminalità che aumenta i suoi business. Sembra lo scenario della saga cinematografica “The purge”, in cui a un certo punto i nuovi padri fondatori americani autorizzano i cittadini a sfogare le proprie pulsioni una volta l’anno, lasciando che si consumino violenze di ogni tipo (naturalmente orientate a uso e consumo del potere). Ma qui non siamo nella finzione cinematografica, ma in un Paese che ha dimenticato le sue radici e i suoi valori, legittimando un modello culturale fatto di muscoli, notorietà, soldi facili, xenofobia e violenza.

Il problema, dunque, non è l’isolamento dalla comunità umana o l’ergastolo (che comunque meriterebbero) nei confronti degli assassini di Willy Monteiro Duarte, ma abbattere il modello culturale che è alla base di questi abominevoli episodi, come dell’omicidio di George Floyd in America. La grande sfida a cui è chiamata la classe dirigente italiana, da Nord a Sud è proprio questa: ripristinare civiltà, diritto e giustizia sociale laddove è stato lasciato campo libero a cattivi maestri e feroci esecutori che mirano a un controllo sempre più capillare del territorio nel nome di valori che sono lontani anni luce dai Principi Fondamentali della nostra Costituzione, ma anche da quelli che proprio Willy ci ha ricordato con il suo sacrificio e che – al di là delle etnie e delle appartenenze – rimandano a un concetto di umanità in cui ognuno di noi dovrebbe ritrovarsi.

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