Shakespeare secondo i D’Altra P’Arte

redazione

Shakespeare secondo i D’Altra P’Arte

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martedì 28 Gennaio 2020 - 06:46
Shakespeare secondo i D’Altra P’Arte

Non è strada che spunta è stata forse la prova più difficile e più virtuosistica da affrontare – venerdì scorso al Teatro Comunale “Eliodoro Sollima” – per l’ormai consolidata compagnia D’altra P’arte, composta da Luisa Caldarella, Gianfranco Manzo e Andrea Scaturro, e proprietaria del nome di Giovanna La Parruchiera, diventato un vero e proprio brand esportato con successo oltre i confini territoriali. In tempi di vacche anoressiche e di reflusso drammaturgico, in cui il teatro italiano si divide tra logiche puramente commerciali e esercizi di sopravvivenza, spesso adulando lo spettatore con la proposta facile, o ricattandolo con il tema ‘impegnato’ del momento, le scene più esilaranti di questo nuovo irresistibile spettacolo che omaggia, parodiandoli, alcuni tra i più celebri drammi scespiriani (da Amleto a Romeo e Giulietta, da Macbeth a Otello, fino alla Bisbetica domata e alla Tempesta) sono l’ulteriore dimostrazione di come a teatro si possa essere leggeri e divertenti in modo straordinariamente intelligente. Di come una parodia, lungi dall’essere ‘facile’, può diventare ‘filologica’, elegante, raffinata. Di come il teatro di cabaret (perché di questo per approssimazione si tratta) sia capace di richiamare a sé un pubblico numeroso e variegato, senza per questo rinunciare a una precisa nozione di stile. Ma soprattutto di quanta perizia e consapevolezza ‘iperletteraria’ occorra per recuperare e rimaneggiare funambolicamente il dialetto lilibetano più stretto e colorito, per far collimare in modo talvolta davvero sorprendente il tascio con il sublime, per riscrivere Shakespeare con le cadenze, i tic, le storpiature e le locuzioni intraducibili della parlata marsalese: un’operazione così capillare e creativa sulla lingua che finisce paradossalmente per sbeffeggiare, mettendone in campo tutte le potenzialità comiche, proprio l’utilizzo spesso ammiccante e ruffiano del dialetto, particolarmente in voga nella prassi teatrale negli ultimi anni.

Per più di un’ora, nel susseguirsi dei travestimenti e con pochi elementi di scena, in Non è strada che spunta il registro comico attraversa, parodizza e profana spietatamente l’essenza di un po’ tutte le maschere scespiriane. Otello tradisce uno spiccato accento nordafricano, di conseguenza è un uomo manesco e un marito violento, secondo il rassicurante stereotipo. La sua gelosia, si sa, è proverbiale: strangola come da copione la povera Desdemona compiacente, non senza però averle prima dato più volte della “bottana industriale”. E così – come ci suggerisce didascalicamente la voce fuori scena di Scaturro – con questa scena allo spettacolo si aggiunge un ingrediente di scottante attualità e di sicuro successo come la “condizione femminile” (“In tal modo il nostro spettacolo girerà per tutte le corti d’Italia!”). Una dinamica altrettanto ‘scorretta’ arriva durante una scena di Macbeth in cui viene lanciato l’immancabile “messaggio di legalità” (“Così piazziamo lo spettacolo anche nelle ricorrenze antimafia!”). Mentre Caterina e Bianca (dalla Bisbetica domata) sono due zitelle in fregola che dialogano alternando citazioni originali e adeguamenti in basso dialetto casalingo. Di maschera in maschera, di battuta in battuta, l’impianto del teatro scespiriano viene così totalmente reinventato.

Ma il momento di massimo divertissement è rappresentato, naturalmente, dal monologo spassoso di Giulietta. Che nella celeberrima scena del balcone – grazie all’ormai collaudato istrionismo di Giovanna – accoglie il suo Romeo tutto sognante d’amore con un sospiratissimo “Minnòse!”. Anche la sua nutrice, del resto, parla nella interlingua tipica delle badanti dell’Est, impastando italiano e siciliano, con gli effetti comici che ne derivano e che ogni volta strappano al pubblico la risata grassa.

C’è solo da rimpiangere che all’appello dei personaggi parodiati manchi Riccardo III (ma siamo speranzosi di nuove e gustosissime repliche): brutto e storpio com’era, avrebbe dato un contributo straordinario alla sua controfigura comica, e sarebbe stato a sua volta una miniera di battute da dissacrare.

Anche la componente metateatrale delle opere scespiriane, in virtù della riscrittura parodica e dei continui sabotaggi linguistici, oltre che di un disegno registico rigoroso, finisce così per uscirne addirittura raddoppiata. E persino le musiche di scena, accuratamente scelte dal repertorio di area barocca (da John Dowland a Henry Purcell), sembrano aderire perfettamente a questo serissimo gioco di deformazione e travestimento comico. Forse ha ragione una volta di più Umberto Eco quando ci avverte che “parodiare un testo significa anche rendergli omaggio”.

La scena finale in cui tutti i personaggi convenuti, prima di morire, disorientati, scoprono di essere drammaticamente nel dramma sbagliato, è una sorta di pastiche e di cortocircuito scenico. Tanto che alla fine dello spettacolo si ha l’impressione che l’unico vero credibile teatro ‘civile’ e ‘sperimentale’ in circolazione sia rimasto ancora una volta il loro, quello dei D’altra P’arte.

Francesco Vinci

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