L'incendio al distributore di benzina Q8 di via Lanza di Scalea Elian Lo Pipero 9...
Il racket e la criminalità non vanno in vacanza. Nonostante il blitz con i 22 arresti dello scorso 13 luglio, i componenti della banda del boss della Marinella Salvatore Verga (in settimana è stato trasferito al 41 bis) sarebbero tornati “in attività”.
Minacce e aggressioni a imprenditori
Nei giorni scorsi i pochissimi imprenditori che avevano avuto il coraggio di denunciare le richieste di pizzo sono stati minacciati e in alcuni casi aggrediti. Segno che i “picciotti” che per quasi un anno hanno tenuto sotto scacco alcune attività di San Lorenzo, Tommaso Natale, Sferracavallo, Isola delle Femmine e Zen continuano i loro “affari criminali”.
In settimana era stata richiesta maggiore sicurezza per questi imprenditori, ecco perchè il Comitato per l’ordine e la sicurezza ha disposto una vigilanza continua nella zona per proteggere i commercianti che hanno scelto di dire no ai mafiosi e alzare la testa.
Racket, furti e droga: non c’è pace per lo Zen
Il centro degli affari del gruppo criminale rimane lo Zen dove i “picciotti” starebbero puntando molto su furti e droga per cercare di riprendersi a pieno il controllo del territorio. E poi il mercatino del giovedì di via Luigi Einaudi dove ai venditori ambulanti si continua a chiedere una “quota” per continuare a vendere senza ritorsioni.
Le indagini proseguono: si cercano i kalashnikov
Gli investigatori, nel frattempo, continuano le indagini tenendo nel mirino lo Zen. Lo testimoniano gli ultimi recenti blitz con sequestri di armi e droga.
Si seguono due filoni diversi: il primo porta ai kalashnikov ancora non trovati che Verga faceva avere dal carcere in Puglia alla sua banda. Le armi sarebbero nascoste in città: il neo pentito Alessio D’Agostino avrebbe parlato di un nascondiglio nel quartiere Acquasanta, ma non si tralascia lo Zen dove nel blitz di luglio furono trovate due bombe a mano. Kalashnikov, granate altre armi pesanti con cui Verga “era pronto a fare la guerra”.
Il boss dal carcere conduceva non solo il traffico di droga che arrivava anche in Belgio, ma anche quello delle armi che potrebbero avere origini dall’Est Europa, per poi passare da Puglia, Calabria, Campania (a Napoli un mese fa ne è stato sequestrato uno) e infine Sicilia.
Gli attentati a Dragotto: c’è altro oltre il racket
Il secondo, invece, riguarda i tre attentati a Tommaso Dragotto: prima i colpi di kalashnikov e poi gli incendi rispettivamente al deposito di Sicily by Car di via San Lorenzo e il punto vendita di Villagrazia di Carini che era stato inaugurato pochi giorni prima.
Dalle intercettazioni Dragotto “doveva pagare” a detta di Verga, ma gli investigatori starebbero analizzando anche un messaggio intimidatorio ricevuto sui social e un biglietto lasciato in un’auto dove sopra c’erano appuntati dei nomi. C’è anche un collegamento con l’incendio all’impianto di lavaggio auto del distributore di benzina Q8 di via Lanza di Scalea che dalle indagini è emerso essere la stessa stazione di servizio dove la Sicily by Car di Tommaso Dragotto abitualmente fa lavare i suoi veicoli.
Fu utilizzata una panda di proprietà di una donna rubata da Salvatore Modica e Samuel D’Acquisto, altri due “giovani leve” dello Zen arrestate nel primo blitz contro la “banda del kalashnikov”. Il giorno prima dell’attentato incendiario venne fatto un sopralluogo da due uomini, uno di loro era Andrea Perugia arrestato a luglio. I due arrivarono a bordo di una Jeep intestata al marito di una titolare di una ditta che si occupa di autonoleggio, azienda che è poi la vera proprietaria del veicolo. Gli investigatori sono in costante lavoro per collegare tutti gli elementi e comprendere se dietro le intimidazioni a Dragotto ci possa essere anche altro.
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