Chi ha paura dell’educazione sessuo-affettiva?

Claudia Marchetti

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Chi ha paura dell’educazione sessuo-affettiva?

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mercoledì 17 Giugno 2026 - 07:11

Con l’approvazione del Ddl Valditara, il governo sostiene di aver restituito centralità alle famiglie nel percorso educativo dei figli. La norma introduce l’obbligo del consenso preventivo dei genitori per attività scolastiche legate all’educazione affettiva e sessuale e limita ulteriormente questi percorsi nelle fasce d’età più basse. Una scelta che viene raccontata come una forma di tutela. Eppure la sensazione è un’altra: quella di un Paese che continua ad avere paura della conoscenza. La scuola non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni. Dovrebbe aiutare bambini e adolescenti a diventare cittadini consapevoli, capaci di comprendere sé stessi e gli altri. Questo significa anche parlare di emozioni, rispetto, consenso, relazioni, parità tra uomo e donna. Non si tratta di sostituire le famiglie, ma di affiancarle. Perché non tutte le famiglie sono uguali e non tutti i ragazzi crescono negli stessi contesti.

Chi nasce in una casa aperta al dialogo continuerà ad avere punti di riferimento. Ma chi vive in ambienti chiusi, dove certi temi sono tabù o vengono affrontati attraverso stereotipi e pregiudizi, rischia di non avere alcuna alternativa. La scuola dovrebbe essere proprio quel luogo capace di offrire prospettive diverse e strumenti di crescita. Negli anni Novanta, anche nelle scuole del nostro territorio, medici, psicologi ed esperti entravano nelle classi per parlare di educazione sessuale e affettiva. Nessuno gridava allo scandalo. I genitori si fidavano dell’istituzione scolastica e ne riconoscevano l’autorevolezza. Oggi, invece, sembra prevalere la diffidenza. La scuola viene controllata, contestata, messa continuamente sotto processo. Gli insegnanti sono sempre meno considerati figure autorevoli e sempre più bersagli delle frustrazioni di genitori e studenti.

Le cronache raccontano episodi inquietanti: docenti minacciati, insultati, persino accoltellati. Segnali di una crisi educativa che non si affronta togliendo strumenti alla scuola. Al contrario, servirebbe rafforzarla. Perché se la scuola tace, qualcuno parlerà al suo posto. Lo faranno i social network, la pornografia online, influencer improvvisati e modelli relazionali distorti che spesso confondono il possesso con l’amore e il controllo con l’affetto. Poi però ci sorprendiamo davanti alla crescita della violenza di genere, ai femminicidi, all’incapacità di molti giovani di accettare un rifiuto. L’educazione affettiva non è un pericolo da cui difendersi.

È una necessità. E dovrebbe iniziare sin dall’infanzia, con linguaggi adeguati all’età, insegnando il rispetto degli altri, delle differenze e della figura femminile. Rinunciare a questo compito significa lasciare soli i ragazzi proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di essere accompagnati. Una società che teme l’educazione non sta proteggendo i propri figli. Sta semplicemente scegliendo di guardare altrove.

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