Antropologia della caciara aeroportuale

Gianvito Pipitone

La Corda Pazza

Antropologia della caciara aeroportuale

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venerdì 13 Febbraio 2026 - 07:00

Viaggiando, se avete tempo e un minimo di spirito d’osservazione, potete divertirvi a indovinare la nazionalità delle persone che vi circondano. Nei luoghi turistici ci si può allenare ovunque: musei, ristoranti, biglietterie, metro, stazioni, aeroporti. L’unica regola è indossare le cuffie. Perché sarebbe troppo facile riconoscere le persone ascoltando la lingua in cui si esprimono. E nel caso degli italiani, ancora prima della lingua, basterebbero i decibel. Senza tema di smentita.

La caciara italica è una costante matematica: direttamente proporzionale al numero dei protagonisti. E non conosce età né classe sociale. L’allegra capacità nazionale di contaminare un ambiente salubre è trasversale: non riguarda solo le flottiglie di giovani scapestrati in libera deambulazione, ma anche i boomer professionisti, well educated, che passeggiano per le vie del centro come se dovessero esportare la lingua di Dante a colpi di teatro a tutto volume. Una strategia che raramente viene compresa dagli abitanti del luogo, motivo per cui – per ripicca – molti connazionali non esitano ad appioppare ai locali o agli altri turisti appellativi che non lasciano spazio a interpretazione: bacchettoni, quei simpaticoni, uomini/donne a sangue freddo. E guai a chi prova, anche solo a fulminarli con uno sguardo, intendendo con ciò riportarli alla ragione! “Che problema c’è?”, risponderebbero, facendo magari l’occhiolino, con quella innata simpatia che crediamo ci renda irresistibili.

Si perché noi, bighellonando fra Londra, Parigi, Bruxelles, Amsterdam e altrove, ci teniamo a farci riconoscere: popolo di affettuosi casinisti, sregolati, portatori sani di allegria. O almeno questo è ciò che molti italiani credono di sé. Che l’essere italiani ci garantisca una sorta di licenza poetica per “comportarci un po’ come *azzo ci pare”, per citare un fortunato sketch comico di qualche tempo fa. E allora via con le danze, fra frizzi e lazzi, nelle code, nelle metro stipate, nei musei persino nelle chiese e nei luoghi di culto più austeri. Sempre simpaticamente però. Perché siamo italiani. E quindi giustificati. Perché tutti capiranno. E tutti – anche se siamo eccessivi – perdoneranno.

In decenni di viaggi, questa costante non è mai cambiata. Compresa l’autoassoluzione finale, come da prassi. Caciaroni eravamo alla fine degli anni ’90 e caciaroni siamo rimasti. E l’aeroporto, luogo per eccellenza di ogni partenza o arrivo, è il luogo dove il gioco del riconoscimento di cui si diceva all’inizio, con o senza cuffie, raggiunge un livello di precisione e di riuscita quasi scientifici.

Ed è necessario, a questo punto, distinguere fra viaggiatori del Nord e del Sud Italia. E fra questi, noi siciliani spicchiamo per una personalità tutta nostra. Ieri, di rientro dall’ennesimo viaggio di lavoro, in un aeroporto decentrato del centro-nord Europa, mi è capitato di assistere a una sorta di cortometraggio con generi che oscillavano fra la faida movie, il thriller e lo splatter (sfiorato almeno). Un film di Tarantino, insomma. Finché non sono arrivati gli agenti di polizia a riportare ordine in quella che era diventata una barricata improvvisata: da un lato un paio di papà siculi, giovani alti come watusi, con moglie e una cartata di bambini al seguito; dall’altro gli attoniti operatori aeroportuali che tentavano, con un italiano di fortuna, di spiegare per l’ennesima volta un concetto elementare per chiunque abbia preso un volo low cost.

Se paghi la priorità, porti due bagagli. Se non la paghi, ne porti uno. E se ne vuoi un secondo, lo devi pagare a parte. Punto. Un concetto che, nella lingua dei segni adottata dai nostri connazionali – asciutti di ogni rudimento linguistico d’oltralpe – non era evidentemente né spiegabile né comprensibile. Dai commenti dei due uomini alfa – e cos’altro ? – urlati nella lingua di Martoglio, a beneficio dell’intero terminal, si capiva benissimo che “all’estero non è come in Italia”, che “tutti prima di loro erano passati con due bagagli”, e che “guarda caso” lo stigma – vabbè, comprensibilmente avevano usato un’altra parola – era caduto proprio su di loro. E quando altri siciliani, più pazienti, hanno provato a spiegare la dinamica, non c’è stato verso: la decisione di mettere a ferro e fuoco l’aeroporto era già stata presa. Con il primo uomo che aveva già pianificato di fare sgomberare l’intero aeroporto e il secondo che minacciava di distruggerlo a martellate.

La guerra è diventata poi ad alta intensità quando sul POS dell’operatore – dal colorito sempre più pallido, quasi emaciato dall’inaspettata guerriglia – è comparsa la cifra dell’extra da pagare per portarsi a bordo il mezzo trasloco programmato dall’allegra famiglia, stipato in zaini, valigie e trolley aggiuntivi: fra i 150 e i 200 euro. A quel punto si sono ribellate anche le mogli, e una suocera a ruota, “alfa” pure tutte loro, o forse è meglio dire beta, in subordine. Il tutto sotto lo sguardo a metà fra lo spaventato e il divertito dei figli: tre o quattro bambini innocenti di sei o sette anni, che assistevano silenziosi, forse anche un po’ mortificati da ciò che intuivano stessero imbastendo i loro genitori.

E un po’ mortificati eravamo anche noi, nella lunga fila del check-in. C’era chi si voltava dall’altra parte. Chi fingeva di non essere siciliano. L’imbarazzo si tagliava con il coltello, mentre gli stranieri – increduli e però curiosi dell’epilogo – iniziavano a chiedersi quale sarebbe stata la prossima scena. E quando avrebbero assistito ad un po’ di sano Pulp siculo anni 80. Forse immaginando, con un eccesso di fantasia, un remake dei tanto famosi film di mafia all’estero.

No, non c’è una morale in questa storia. Non ce ne può essere, perché è già scritta nel racconto stesso. Surreale quanto un film di Buñuel girato da Ciprì e Maresco. Solo una constatazione vorrei aggiungere. Sono passati più di trent’anni e poco o nulla pare cambiato. Ricordo scene simili negli anni ’90: con passeggeri poco avvezzi agli aeroporti che litigavano con chi li beccava a fumare nei bagni dei terminal, o addirittura in quelli dell’ aereo, o con chi li rimproverava per aver buttato la cicca fuori dai portacenere. Con tanto di cazziata e tanto di difesa – aggressiva – della causa persa. In perfetto stile nostrano dove l’autocommiserazione agiva spesso in combutta con ignoranza, puntuta maleducazione e un sentimento di furbizia e pretesa impunità.

Erano probabilmente i padri di questi giovani di oggi. Gli stessi che, pur vestendo ora The North Face, le sneakers più iconiche e con a tracolla le borse Pollini, stentano ancora a mostrare un vero segno di evoluzione. L’impressione – a spanne – è che dovrebbero impegnarsi un filino di più. Non certo per gli altri. Per loro stessi. Per imparare a stare nel mondo senza sentirsi costantemente in guerra con tutti. E soprattutto per i loro figli – che non hanno colpa per l’educazione ricevuta – e che meritano un esempio diverso da quello che hanno visto in quell’aeroporto. Se davvero vogliono invertire lo stigma che percepiscono addosso.

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