Era nato sotto i migliori auspici, per scongiurare nuovi conflitti e promuovere i principi democratici nel mondo. Non ha raggiunto tutti gli obiettivi originari, tuttavia per tanti anni il diritto internazionale è stato un prezioso argine per frenare i regimi dittatoriali. Gli eventi degli ultimi quattro anni hanno sancito la conclusione (ci auguriamo non definitiva) di un’ambiziosa parabola. Putin, Trump e Netanyahu sono gli alfieri di un nuovo ordine mondiale, che ricorda tanto quelli antichi, basato sulla supremazia militare e l’unilateralismo. L’Onu somiglia sempre più alla Società delle Nazioni, un contenitore vuoto che non riuscì a scongiurare la Seconda Guerra Mondiale; persino la Nato appare ormai superata, mentre l’Unione Europea rischia lo sgretolamento, schiacciate da insidie esterne e interne.
Se dopo l’89 la democrazia sembrava un approdo obbligato per gran parte del globo, oggi la sensazione è che anche gli Stati occidentali abbiano imboccato un percorso pericoloso, che rischia di trasformarli progressivamente in regimi oligarchici, in cui i governanti ambiscono ad assumere pieni poteri, riducendo al minimo contrappesi e intralci: dalla magistratura alla burocrazia, passando per la stampa e i movimenti di opposizione. Il potere si prende ciò che si vuole e quando vuole: lo insegna il caso Epstein, ma anche la dottrina Trump o il modello Putin. Tutto ciò che non si può controllare (o comprare) va spazzato via: screditandolo agli occhi dell’opinione pubblica, imponendo una legislazione sempre più restrittiva o riducendo le risorse economiche.
Lo sciagurato attacco all’Iran è solo l’ultimo episodio di una situazione che si trascina da anni e di cui Papa Francesco aveva intuito i rischi, parlando di “guerra mondiale diffusa”. Certo, sarebbe bello immaginare il popolo iraniano finalmente libero dopo 50 anni di sanguinaria oppressione del regime degli ayatollah e pronto riprendere in mano la sua storia gloriosa, nel ricordo della grande Persia. Ma l’obiettivo di Trump e Netanyahu non sembra orientato a una logica di liberazione ma di controllo, attraverso l’affermazione di nuovi equilibri principalmente economici e commerciali in Medio Oriente.
In tutto ciò, sconcerta l’inconsistenza della politica estera italiana: l’interesse nazionale dovrebbe portare a una linea comune con i partner europei, che invece sta mancando completamente, così come è mancata sulla questione dei dazi. L’ossessione di voler giocare su più tavoli (sperando di trarne vantaggio) sta producendo l’evidente effetto di non esserci davvero in nessuno, risultando politicamente irrilevanti. Un lusso che, di questi tempi, un Paese come l’Italia – geograficamente centrale nel Mediterraneo – non può permettersi.