Donne libere e non “brave bambine”: viaggio nel mondo femminile con la filosofa Maura Gancitano

Tiziana Sferruggia

Donne libere e non “brave bambine”: viaggio nel mondo femminile con la filosofa Maura Gancitano

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giovedì 14 Maggio 2020 - 08:00
Donne libere e non “brave bambine”: viaggio nel mondo femminile con la filosofa Maura Gancitano

C’è la moglie petulante, la libertina, la madre dolcissima e quella assassina. C’è la donna infedele e quella morigerata, quella debole e quella forte. C’è la donna frivola e quella impegnata. Tutte però non sfuggono al giudizio impietoso di una società guardona e superficiale, dedita a polarizzare tutto dentro categorie senza approfondire il valore di una scelta. Dal peso della “condizione umana”, dalla gratuità dell’agire e dallo straniamento perpetuo, non sono esentati neanche gli uomini, protagonisti più che mai di una società che ha dimenticato il “tempo lento”.  Dialogare con Maura Gancitano, filosofa mazarese ma milanese d’adozione, pervicacissima interprete dei “mores” antichi e moderni, è come intraprendere un viaggio nel Mito, sguazzare nel concetto dell’astratto e del concreto e al contempo riscoprire l’archè, avvicinarsi a ciò che di intenso ed intrinseco c’è in ognuno di noi. Dalle mitiche Era, Elena e Medea a Silvia Romano, dalla Polis greca a Facebook, scopriamo quanto conta la filosofia nella nostra vita.

Lei è una filosofa spesso ospite di programmi Tv nei quali analizza i comportamenti sociali. Che ruolo ha oggi la filosofia in una società come la nostra fatta di contrapposizioni e dicotomie nette che non favoriscono il dialogo?

La filosofia oggi è più che mai fondamentale. Originariamente nasce come cura di sé, come percorso personale ed è importante per la comprensione del mondo.

Potremmo dunque parlare di modernità della filosofia?

Sì, certo. Serve anche a riconoscere il vero dal falso. Ad esempio, sui social network ci sono opinioni su qualunque cosa e la filosofia aiuta ad andare più in profondità e a creare dei ponti con le altre discipline anche per capire le conseguenze etiche e morali di ciò che stiamo facendo.

La filosofia è nata nelle Agorà delle Polis greche 2500 anni fa. I social possono essere paragonati a queste antiche piazze, Maura Gancitano?

Sì, è così. Oggi i dibattiti nascono lì. Sono lo “spazio pubblico digitale” che abbiamo.

La gente ha bisogno di “incontrarsi e scontrarsi” su FB perché non ha spazio altrove?

In realtà lo spazio c’è ma noi non siamo capaci di usarlo.

Ci spieghi meglio.

Il problema non sono i social ma le persone che stanno sui social. I social potrebbero essere un grande spazio di dibattito, di confronto, anche molto più democratico di quella che era una piazza 2500 anni fa, dove, peraltro, non tutte le persone potevano accedere così come avviene sui social.

Sui social spesso non si dialoga, si strepita. I leoni da tastiera ruggiscono per nulla. E’ così?

Sui Social si esprimono opinioni basate spesso su pregiudizi e senza approfondimento. Abbiamo degli strumenti potentissimi ma li usiamo male per colpa del nostro analfabetismo emozionale.

Viviamo in una società molto veloce che ci costringe a scelte rapide. Forse manca il tempo necessario per soffermarsi a riflettere e ad approfondire. Abbiamo perso il piacere della contemplazione, secondo lei?

Maura Gancitano e Andrea Colamedici

Su questo io e mio marito Andrea Colamedici abbiamo scritto un libro che si intitola “La società della performance” dove riflettiamo sull’essere perfetti in ogni campo della vita e non fermarsi mai. La filosofia antica invece ci insegna che ci deve essere un equilibrio fra la vita attiva e la vita contemplativa. Questo modello sociale non ci rende più felici. La corsa alla produttività ci fa sentire svuotati, insoddisfatti, infelici.

Dunque correndo non contempliamo più?

Ci manca la contemplazione ma anche il “Sacro” che però non ha niente a che vedere le religioni.

Con cosa ha a che vedere, invece, secondo lei?

Il Sacro ha a che vedere con dei momenti “personali” con lo “Spazio Vuoto” che è sacro per la creatività, per le innovazioni.

In sintesi l’assenza è pienezza? Un vuoto dove ci si ricarica?

Sì, è giusto. Noi abbiamo l’ansia di dover sviluppare qualcosa, di produrre, e facciamo così anche con i bambini. Vogliamo scoprire quale sia il loro talento ma non li educhiamo a stare al mondo né a riconoscere le proprie emozioni. Non li educhiamo alla “vocazione”.

Talento e vocazione sono cose diverse?

Sì, nel libro lo spieghiamo. Tante persone vivono quasi con un senso di colpa il fatto di non avere un talento particolare ma in realtà quasi tutte le persone sono “multipotenziali” hanno ovvero tante capacità che possono sviluppare o meno ma non ne hanno una eccezionale. Questo non c’entra niente con il valore della loro vita. Gli antichi ci ricordano il valore invece della vocazione.

Ci faccia un esempio di vocazione

La sensazione di essere sulla strada giusta. Questa è una sensazione che noi non ascoltiamo più ma che però riemerge nei momenti di contemplazione. Sono i momenti in cui noi non parliamo, non rimuginiamo, ma “ascoltiamo” noi stessi. Questo è molto complicato.

E’ complicato ascoltarsi?

E’ difficile, soprattutto. Quando noi abbiamo un problema siamo abituati a fare una lista di pro e contro oppure parliamo senza pensare davvero e non ascoltiamo quello che ci emoziona di più. Abbiamo paura del vuoto, del silenzio, di stare da soli. E invece di quel vuoto abbiamo un fortissimo bisogno.

Dentro quel vuoto c’è anche il sesto senso, l’istinto, quell’ancestralità che fa parte di noi e che abbiamo perduto?

La nostra è una società di polarizzazioni ma che ha paura di andare in profondità. La filosofia in questi casi aiuta a “stare nel mezzo” e a cercare di capire. E’ molto più semplice polarizzarci ed etichettare gli altri. Spesso ci sentiamo dire “tu da che parte stai” e invece tu vorresti avere un dialogo, un confronto appunto.

Lei è una delle artefici del “Progetto Tlon”. Ci vuol spiegare cos’è?

Tlon è un progetto filosofico nato 5 anni fa insieme ad Andrea Colamedici, e a Nicola Bonimelli. Volevamo mettere insieme ricerca interiore, spiritualità e filosofia. Quando abbiamo cominciato a fare comunicazione sui social, conferenze, ci siamo resi conto che questo tipo di riflessioni interessavano. Ora facciamo 200 conferenze all’anno, abbiamo anche una Libreria Teatro ed una piattaforma con video corsi. Tlon è anche una casa editrice. Non ci interessa creare dei seguaci perché il rischio per chi fa divulgazione c’è.

Cosa vi interessa, invece?

Creare uno spazio di confronto fra le persone. Creare occasioni di riflessione e sviluppare gli strumenti filosofici per riflettere. Noi non ci esprimiamo su tutto anche per non influenzare il pensiero ma offriamo una prospettiva diversa cercando di analizzare il dettaglio di una vicenda. E’ importante la pluralità delle idee. Il rischio è condividere articoli a caso senza aver approfondito o scegliere di “seguire” delle persone che ci ispirano fiducia e credere a tutto quello che dicono.

C’è, secondo lei, un reale pericolo di deriva populista che solitamente parla alla pancia delle persone?

Sì, in effetti la politica spesso segue le leggi del marketing e della comunicazione e quindi cerca il consenso sulla base di quello che la gente teme o di cui ha bisogno. In tal modo si possono anche creare dei nemici e, sui social network, questo ha un notevole impatto. Fa leva sulle paure e sui pregiudizi.

Lei, a LA7, durante un dibattito politico, ha parlato di rischio nazionalista e di “isolamento”. Vuol spiegarci quali sarebbero gli effetti sociali?

Isolarsi in questo momento è la cosa più stupida che si possa fare. In realtà gli interessi personali si difendono con la cooperazione. Siamo costretti a risolvere diverse crisi mondiali, penso all’emergenza Coronavirus o alla migrazione che non è fatta solo dalle persone che arrivano sui barconi. Dietro questo fenomeno, ad esempio, c’è anche il cambiamento climatico in atto. La crisi migratoria è il risultato delle scelte umane fatte nel passato e si può risolvere in senso globale.

Sempre in TV, stavolta su Rai Tre, ha commentato gli insulti alla cooperante Silvia Romano tornata in Italia dopo 18 mesi di prigionia Kenya e questo suo intervento ha suscitato la rabbia dei “leoni da tastiera” su FB

Silvia Romano

L’Italia, (in parte per fortuna), è un Paese islamofobo e la conversione di Silvia ha destabilizzato molti. Questo “clima” è stato favorito in questi ultimi anni da una certa parte politica ma in realtà l’Islam non è una religione che limita l’autodeterminazione femminile. E’ come viene interpretata in alcuni Paesi che avviene questo. Se la politica si permette di giudicare le persone, chiedendosi perché una donna va in Africa, è normale che i cittadini pensino che sia giusto giudicarla. Dovremmo invece accogliere una persona che è tornata in Italia dopo un anno e mezzo di prigionia senza giudicare come è vestita e come si chiama né pretendere il suo racconto. Il problema è che si giudica ogni donna che non fa delle scelte giudicate “giuste” dalla società

Il ruolo della donna è un tema ricorrente nei suoi interventi pubblici. Il suo libro “Liberati dalla brava bambina, otto Storie per fiorire” dove lei affronta un argomento prettamente femminile è però scritto a 4 mani insieme a suo marito. Non è ingombrante la presenza maschile se si sceglie l’impegno sociale e la difesa della donna?

Ci sono molti pregiudizi sulla vita e sulle scelte di una donna. Me ne sono accorta quando sono diventata madre. Io volevo continuare a lavorare, a fare quello che facevo prima ed è stato lì che ho sentito, a livello sociale, uno sguardo diverso, come se mi dicessero “tu sei madre e queste cose non le puoi fare più. Ne ho parlato con lui, con mio marito.

E com’è andata?

Quando ci siamo resi conto che i nostri nomi, messi in ordine alfabetico sulla copertina, erano interpretati come una mia subalternità, mio marito ha deciso di fare un passo indietro e di starsene un po’ dietro le quinte. In realtà faccio tante cose da sola, in TV vado da sola ma il nostro è un progetto comune.

Dunque per affermarsi una donna può anche non scendere in piazza e bruciare i reggiseni e aborrire il maschio in tutta la sua essenza?

Non sono molti i casi di coppie paritarie nel nostro caso la difficoltà è stata quello di comunicarlo all’esterno. Ci sono tantissime donne indipendenti che sono valide professioniste, mogli e madri. In molti casi, perché questo avvenga, la grande responsabilità è degli uomini. Noi cerchiamo sempre di venirci incontro nella gestione familiare. Abbiamo anche dei figli.

“Liberati dalla brava bambina” è un incitamento a diventare una “cattiva bambina” o a uscire dal clichè della bambina perfettina?

E’ un incitamento a diventare sé stesse. In quanto donne non abbiamo tutte gli stessi desideri e spesso sono gli altri a dirci cosa dovremmo desiderare. Dovremmo liberarci dal desiderio innanzitutto di fare bene i compiti per essere apprezzate all’esterno. Si tratta proprio di essere libere di scegliere. Nel libro abbiamo affrontato queste dinamiche e quanto sia sbagliato soffrire per non essere come gli altri ci vogliono. Spesso noi donne ci sentiamo dire “non hai niente di cui lamentarci” ma dobbiamo essere noi a decidere se una cosa ci piace o meno.

Abbiamo millenni di Storia pieni di storie di donne infelici. L’infelicità dipende dal non ascoltare la propria “vocazione”?

Tutte le persone dovrebbero essere rispettate per le loro scelte e tutte le scelte sono degne se rispondono ai nostri desideri. Nel libro abbiamo raccontato tre Storie di tre donne del Mito.

Ce le vuol ricordare?

Era, Elena e Medea.

Tre donne tutte diverse fra loro

Sono l’emblema della moglie petulante, della libertina e della madre assassina. Era (Giunone) è la donna vittima di violenza ed è finita inchiodata sul Trono da parte di Zeus (Giove), Elena di Troia ha scelto la sua strada e Medea è stata tradita ed ha una profondità enorme come personaggio. In realtà noi abbiano paura di essere etichettate nello stesso modo. Se il marito va in giro a fare il farfallone non ci dobbiamo lamentare altrimenti siamo come Era, se non vogliamo più stare nella stessa relazione non possiamo cambiare partner altrimenti siamo Elena e se seguiamo le nostre emozioni, non siamo razionali, e finiamo come Medea. Abbiamo paura di essere giudicate e abbiamo paura di fare le scelte che vorremmo.

Un consiglio alle donne?

Siate quello che volete essere.

Tiziana Sferruggia

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