Poliedrico, sul grande e sul piccolo schermo ma anche a teatro. In più di 50 anni con una ormai lunga carriera d’attore, Sergio Assisi non ci sta e lo dice chiaro: “Mi dimetto da uomo”. E questo lo spettacolo che – scritto assieme a Simone Repetto – ha portato sul palco del Teatro Impero di Marsala, con il compagno di viaggio Giuseppe Cantore, all’interno della rassegna “Lo Stagnone – Scene di uno Spettacolo” organizzata per la sua 18ª edizione dalla Compagnia Sipario diretta da Vito Scarpitta e con il patrocinio del Comune lilybetano. Sulle tavole dello spazio teatrale di Piazza della Vittoria, abbiamo incontrato Assisi.
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Assisi, perchè vuole dimettersi dall’essere uomo, in quanto individuo?
Perchè basta guardarsi intorno, basta guardare un TG, vedere cosa succede nel mondo, con la follia che dilaga e uno si pone il dubbio: conviene restare umano o meno? In realtà questo spettacolo è anche un viaggio all’interno di me come uomo e come personaggio, racconto la mia storia, da dove vengo, come sono riuscito a fare certe cose ma con il dubbio dell’essere “umani”. E con me sul palco c’è Giuseppe Cantore che è l’altra parte di me, ironica, scenica, l’altra maschera che tutti noi abbiamo.
La bruttezza a cui quotidianamente assistiamo in questo spettacolo viene colmata dalla grande bellezza dell’arte e dei sentimenti puri. E qui interviene il tuo contraltare, Cantore. Quanto è difficile, soprattutto per un’artista, lottare ogni giorno contro il male, ovvero la vacuità di questa società?
L’artista è sempre stato messo da parte nella storia, gli artisti li seppellivano fuori dalle mura della città, per far capire che considerazione avevano. Oggi è quasi uguale ma la missione di un artista è quella di esprimersi senza vincoli, senza condizionamenti esterni ed oggi è diventato quasi impossibile. E quindi la funzione è l’esprimersi in piena libertà in condizioni di necessità, non di benessere, l’arte è libera solo attraverso le difficoltà, mentre all’interno della comodità per me non è arte libera.
Il grande pubblico ti conosce al cinema e in tv, ma tu hai iniziato a Napoli e nel teatro. Questo spettacolo attinge ai esordi, alla commedia classica, al teatro goldoniano, a quello contemporaneo?
Assolutamente sì. Per me è un ritorno al teatro, anche se non l’ho mai abbandonato dentro di me, ho iniziato a 16 anni e ci ritorno a più di 50 e dico che la funzione del teatro è la più forte di tutte, più del cinema e della tv, perchè il teatro rimane lo spiraglio di libertà più forte, perchè in tv qualsiasi cosa si dica, si offende qualcuno, non si possono più fare battute, c’è qualcuno che si sente sempre chiamato in causa, se sei bello, se sei brutto, se sei magro, se sei grasso, se sei uomo, se sei donna… l’essere umano si è autotrasformato in una minoranza. Anche se salvi il mondo ci sarà qualcuno che ti dirà ‘eh va beh, ha salvato il mondo perchè si vo’ fà vedè, è narcisista…”
Hai affiancato grandi attori, attrici, hai lavorato per grandi registi, registe. C’è qualcuno che ti ha lasciato un segno per quello che ti ha dato?
Direi tutti quelli che ho incontrato, da Scarpetta a Lina Wertmuller che è la numero uno per me, mi ha preso letteralmente dalla strada, dal naso (ride, n.d.r). Quando ho fatto 10 anni fa il mio primo film “A Napoli non piove mai” scritto 30 anni fa, la chiamai perchè avevo paura di sbagliare e lei mi disse ‘ma lo devi fare, buttati”.
Nel 2024 è uscito il tuo film da regista “Il mio regno per una farfalla”. Tornerai anche dietro la macchina da presa? Quali saranno i tuoi progetti futuri?
Farò un altro film, un’altra commedia leggera; alcuni pensano che sia facile fare una commedia leggera e invece no, è più facile fare piangere. Oggi è più difficile fare ridere. Adoro la commedia, lavora più nell’inconscio.