Salvatore Cocina e Raffaella TreguaSalvatore Cocina e Raffaella Tregua Emanuela La Mela 7 Agosto 2026,...
Un confronto su questioni strutturali e non contingenti: ospite di questo Forum con il QdS, alla presenza della direttrice del QdS.it, Raffaella Tregua, il dirigente generale del Dipartimento della Protezione Civile della Regione Siciliana, Salvatore Cocina.
Quali sono le principali emergenze con cui vi siete confrontati?
“La Protezione Civile si occupa di situazioni di crisi e di emergenza che riguardano diversi settori: dalla sanità ai rischi antropici, dal rischio naturale ai terremoti. La lettura della realtà da parte della Protezione Civile avviene dall’esterno delle strutture organizzative competenti in via ordinaria. Come diceva Einstein, la soluzione non può mai venire da coloro che hanno provocato la crisi. Le persone che abitualmente svolgono questi lavori spesso non riescono a trovare soluzioni a questioni importanti, mentre noi, come osservatori esterni, siamo più obiettivi. Questo ci aiuta nell’analisi della crisi e nelle soluzioni. L’emergenza idrica, il cui apice è stato tra il 2024 e il 2025, ha mostrato che la causa è stata la siccità che ha prodotto una diminuzione del 30% circa (con punte locali del 60%) del quantitativo d’acqua a disposizione delle aree della Sicilia occidentale. Tuttavia, dalla nostra analisi, specialmente dopo aver ripristinato, anzi aumentato, le dotazioni idriche pre-crisi del 30%, è emerso che questa era solo la causa scatenante. Di fondo c’è un’alta inefficienza del sistema dovuta a perdite e a una cattiva gestione delle reti. I Comuni e le Società di gestione del servizio idrico, spesso, non dispongono di una mappa e questo non ci consente di avere dati precisi e puntuali. Se si è in presenza di reti non settorializzate, un singolo problema produce un effetto domino su tutta la distribuzione. Quindi, resta ora, a emergenza per noi conclusa avendo aumentato i quantitativi di acqua disponibile ben oltre i valori di crisi, da risolvere un problema diffuso di gestione, semplice o complessa gestione ordinaria”.
Restando sulla gestione idrica, pensa che i dissalatori possano essere una soluzione?
“È una soluzione che funziona come un’assicurazione contro le crisi climatiche. A causa del verificarsi di emergenze climatiche più frequenti e ravvicinate, gli eventi estremi sono aumentati determinando periodi di severa siccità o di forte pioggia. In futuro, quindi, potremo avere un’altra stagione di forte carenza di pioggia e quindi di crisi idrica. Per tale motivo, c’è necessità di avere maggiore rigore sui dati da parte di Comuni ed enti gestori del servizio idrico, in modo di agire bene e per tempo. Per compensare, anche parzialmente, i periodi di siccità occorre una produzione di acqua costante, che sia indipendente dalle piogge. L’acqua dissalata costa, proprio come un’assicurazione sulla salute, fino a quattro-5 volte l’acqua dai pozzi o dai bacini. Però costa molto meno che in passato ed è una scelta obbligata se vogliamo avere minore dipendenza dai cambiamenti climatici. Doveroso però precisare che i dissalatori rappresentano una fonte integrativa, ma non risolutiva del problema dell’approvvigionamento idrico”.
Però ci vogliono gli impianti. La Regione ha già posto le basi?
“È stato già realizzato il revamping, ovvero la riattivazione, di tre vecchi impianti presenti a Gela, Trapani e Porto Empedocle, realizzati negli anni Novanta-Duemila. Sono aree in cui c’è sempre stata carenza d’acqua. A Gela e a Porto Empedocle l’acqua arriva in parte dall’Ancipa, che dista centinaia di chilometri, ed essendo punti terminali della rete, sono molto sensibili. Palermo è una grande città metropolitana, la quinta d’Italia, e non può rimanere senz’acqua cosi come ha rischiato in questi anni. Palermo è stata tutelata rispetto ad altre aree, ma occorre prevedere i dissalatori. Abbiamo impostato un project financing in merito, pubblicato circa dieci mesi fa, ma l’abbiamo ritirato perché l’Ue ha ritenuto che le norme italiane sul project financing siano contro la legge comunitaria, in quanto assicurano il diritto di prelazione a chi presenta il progetto. Finalmente la Corte di Giustizia europea si è espressa confermando tale contrasto e stiamo pertanto ripubblicando la gara per realizzare uno o due dissalatori su Palermo, dimensionati per circa il 20% del fabbisogno. Non possiamo fare di più, altrimenti aumenterebbe molto la tariffa. Sull’emergenza idrica abbiamo gestito la vicenda con il coordinamento di tutti gli Enti. L’intuizione del presidente della Regione siciliana, Schifani, è stata la creazione della Cabina di regia, che io ho coordinato, per riunire tutti i responsabili della gestione del servizio idrico, coloro che in ordinario devono assicurarlo. In due anni, con appena 120 milioni di euro, abbiamo individuato, finanziato e realizzato centinaia di interventi che altrimenti nessuno dei soggetti competenti, Ati, gestori e Comuni, avrebbe fatto”.
Accennava prima anche al problema della dispersione. Ci racconta cosa è stato fatto in quest’ambito?
“Su questo tema uno dei problemi principali era la carenza di dati sulla produzione e delle perdite, fondamentali per poter governare un fenomeno come quella della carenza di acqua alle utenze. Il secondo problema che abbiamo riscontrato è quello della governance del sistema, che in teoria è affidata alle Autorità d’ambito che sono espressione dei Comuni. I servizi locali come acqua, rifiuti e trasporti sono governati dai sistemi di Ambito. La Regione ha un potere di coordinamento, di finanziamento e un potere sostitutivo, ma la gestione ordinaria è affidata ai Comuni riuniti nelle Ati di Ambito. In Sicilia, purtroppo, diversi Ambiti non si trovano in una situazione di idonea gestione”.
In che modo siete intervenuti?
“Abbiamo individuato con l’aiuto dei Comuni, dei gestori e delle Ati, gli interventi capaci di produrre acqua in breve tempo e applicato dei parametri di convenienza tecnico-economica. Un litro di acqua prodotto da un pozzo recuperato ha un costo per litro al secondo di acqua prodotta, per esempio circa 20 mila euro, molto più basso rispetto quello ottenuto eliminando le perdite, che costa cinque-dieci volte di più e richiede tempi cinque-dieci volte maggiori per l’esecuzione dei lavori. Ma ovviamente si tratta di una prima soluzione emergenziale che deve essere completata con interventi di riparazione della rete che riducano la dispersione dell’acqua fino a livelli accettabili, per esempio il 10%. Con i finanziamenti messi a disposizione dalla Regione abbiamo fatto interventi e prodotto nuova acqua o un risparmio per circa 2.500 litri al secondo, pari a circa il 30 % in più della dotazione idrica di crisi. Quindi, dal punto di vista della disponibilità, per noi l’emergenza è finita: abbiamo ottenuto un incremento del 30%. Ci sono altri lavori in corso che porteranno altri 2.000 litri al secondo entro l’anno. Come Protezione Civile, però, vogliamo lanciare anche un appello ai gestori: le crisi devono essere da lezione. C’è una variabilità estrema, quindi non ci si può permettere di bruciare risorse e consumare l’acqua degli invasi e dei pozzi. Occorre agire come se l’anno prossimo ci sarà un’altra crisi. L’invaso deve essere una riserva strategica e avere una capacità di acqua e un prelievo tale da poter erogare liquido anche fino a due stagioni siccitose”.

Un territorio molto fragile e che deve essere tutelato
“A Niscemi si è ripetuto lo scenario del 1997, quando si rese necessaria la delocalizzazione degli edifici compresi nella fascia di rispetto dei cinquanta metri dal ciglio di scarpata. Oggi si ripropone la stessa situazione, perché gli studi hanno dimostrato che nessun intervento ingegneristico può essere pienamente efficace. Stiamo facendo una campagna d’indagine sulle cause del fenomeno, perché non sono tutte così acclarate come sembrano e potrebbero esserci concause di tipo tettonico. La delocalizzazione è una scelta obbligata, ma difficile e impopolare, perché costringe la gente a lasciare la propria casa. Ma si pone anche, in alcuni casi, come la risposta più idonea dopo il Ciclone Harry”.
Ha citato il ciclone Harry: anche quello delle coste è un problema. Come si può intervenire?
“Le coste non sono fragili di per sé. Si modellano con l’azione del mare. Il problema non è l’erosione marina ma è l’antropizzazione: si è costruito dove c’era un’instabilità naturale del territorio. La soluzione sarebbe togliere le case e le strade da queste aree instabili, ma ciò non è più possibile in molti casi quando l’unica arteria percorribile è la statale, come nel Messinese, e il lungomare è l’unica via alternativa. Purtroppo in molti casi il danno è fatto. La delocalizzazione dove sussistono valori economici e affettivi è difficilissima. L’unica via percorribile diventano le opere di protezione, oltre a quelle di ricostruzione, per cui abbiamo chiesto finanziamento. C’è una dialettica aperta con il Governo nazionale, ma si parla di una stima di fabbisogni solo sulla costa jonica di un miliardo di euro. Dobbiamo fare i conti con le risorse che abbiamo. Al momento si sta procedendo con la ricostruzione”.
Incendi: non serve rincorrere le fiamme ma bloccare tempestivamente i criminali
Ogni anno, in estate, si ripropone il tema degli incendi: quando ci sono cinquecento roghi in contemporanea, con venti a cinquanta-cento chilometri orari, come si fa a intervenire? Sappiamo, oltretutto, che molti sono causati appositamente da malfattori o persone labili o incaute…
“La Sicilia è stata vituperata negli anni passati per la carenza di organizzazione e di mezzi idonei ad affrontare gli incendi. Sicuramente il sistema è migliorabile, ma quando il 98% dei roghi è appiccato da mano umana, che senso ha andare a rincorrere questi incendi con il rischio di sacrificare la vita del personale antincendio? Io ho uno scrupolo di coscienza nel dire ai volontari di intervenire se c’è il pericolo di farsi male. Ci sono tre tipologie di soggetti: chi dà fuoco alle sterpaglie e, pensando di poter controllare la situazione, sottovaluta il rischio; i piromani; la criminalità comune, che vuole dare fastidio alle istituzioni o creare disordine. Non sono le cicche di sigaretta o le marmitte catalitiche la causa prima di incendio, quelli sono casi rarissimi. Anziché rincorrere il fuoco dobbiamo bloccare i criminali. La prevenzione vera è sulle cause. Occorre una sorveglianza straordinaria sul territorio da parte di tutti, dal personale dei Comuni alle Forze dell’ordine, dalla Protezione Civile alle associazioni fino al singolo cittadino. Nelle giornate di allerta il sistema va in saturazione, restano moltissime chiamate senza risposta nei centralini di vigili del fuoco e della forestale perché le squadre sono tutte impegnate”.
Alla luce di ciò che ci siamo detti, ritiene che il sistema di Protezione civile funzioni?
“Io ritengo di sì, funziona dignitosamente ed esprime il meglio nel coordinamento tra tutti. Spesso però alla Protezione Civile si affidano competenze e ruoli di gestione ordinaria. In Sicilia diventa emergenza ciò che non è stato affrontato bene e in tempo dai soggetti normalmente competenti”.
