Posidonia, la “campionessa” della fotosintesi che può ispirare un’agricoltura più efficiente

Teresa Parano

Posidonia, la “campionessa” della fotosintesi che può ispirare un’agricoltura più efficiente

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Teresa Parano |
mercoledì 12 agosto 2026 - 4:54
Posidonia, la “campionessa” della fotosintesi che può ispirare un’agricoltura più efficiente

Teresa Parano 12 Agosto 2026, 06:54 ROMA – La Posidonia oceanica è una pianta marina...

Teresa Parano
Teresa Parano
12 Agosto 2026, 06:54

ROMA – La Posidonia oceanica è una pianta marina che forma vaste praterie sommerse, tra gli ecosistemi più importanti del Mediterraneo per biodiversità e capacità di assorbire carbonio. Discende da antenati terrestri che, tra 70 e 100 milioni di anni fa, si adattarono alla vita in mare. Uno studio pubblicato su Nature Communications ha svelato il meccanismo che rende particolarmente efficiente il suo apparato fotosintetico nel buio dei fondali, una scoperta che potrebbe aprire nuove prospettive anche per l’agricoltura sostenibile.

Ne parliamo abbiamo parlato con Roberto Bassi, presidente della Stazione zoologica Anton Dohrn e professore al dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, che ha guidato il team di ricerca, e con Emanuela Esposito, ricercatrice dell’Istituto di Scienze applicate e Sistemi intelligenti Eduardo Caianiello (Isasi) del Cnr, che ha fatto parte del team.

La Posidonia è una pianta molto interessante dal punto di vista evolutivo, come si è differenziata rispetto alle piante terrestri?
“Posidonia, come altre 60 specie di monocotiledoni (quelle che noi chiamiamo erbe) – ha spiegato Bassi – si sono evolute abbastanza recentemente a partire dalle specie terrestri più evolute, basta pensare che i loro parenti più prossimi sono il riso e l’orzo. Sul perché, dopo essersi evolute dalle alghe marine verdi e colonizzato le terre emerse, siano tornate al mare abbiamo solo delle ipotesi, fra cui quella dei periodi di siccità e alte temperature sulla terra emersa che abbiano indotto le piante a rifugiarsi nel fondo delle acque nelle zone costiere. Quello che è certo è che si sono trovate molto bene e che sono diventate le più abbondanti sul pianeta: anche se non le vediamo facilmente, hanno colonizzato quasi tutte le fasce costiere temperate e calde su entrambi gli emisferi, sottraendo enormi quantità di Co2 dall’aria e trasformandola in sedimento organico stabile.

Quale segreto avete scoperto dietro la sua straordinaria efficienza fotosintetica nelle profondità marine?
“Il problema per le piante che crescono in fondo al mare è la scarsità della luce disponibile e il colore, blu, della poca che resta. Le piante terresti, da cui Posidonia deriva, invece, dispongono di luce bianca che contiene tutti i colori mescolati insieme, ognuno dei quali viene preferenzialmente assorbito da uno dei cromofori legati al sistema fotosintetico. Posidonia ha cambiato alcuni cromofori legati in modo di assorbire meglio la luce blu. La cosa più importante non è solo quanta luce la Posidonia riesce a catturare, ma quanto bene riesce a trasformarla in energia utile. Questa pianta marina ha aumentato il numero di molecole di clorofilla che raccolgono la luce, riuscendo così ad assorbire più energia”.

Perché avete scelto le acque di Ischia per il campionamento e lo studio della Posidonia?
“Come tutte le procedure scientifiche è necessario che le procedure sperimentali siano condotte su materiale perfettamente conosciuto e che possa essere ritrovato per ulteriori studi e verifiche, pena la non significatività degli studi. Alla Stazione Anton Dohrn è attivo da molti anni un gruppo di ricerca, guidato dal dottor Procaccini, che conosce le praterie di Posidonia, la loro età e le condizioni di crescita nel golfo di Napoli, punto per punto, specialmente intorno a Ischia. Le loro conoscenze sono essenziali al fine che gli studi su Posidonia procedano in maniera scientificamente corretta e che i prelievi non rechino danno ai siti di studio”.

Che cosa aggiunge questa scoperta alle conoscenze che avevamo finora?
“Per la fotosintesi non basta catturare la luce del Sole: l’energia deve anche arrivare rapidamente ai punti in cui viene utilizzata, altrimenti una parte si disperde. La Posidonia riesce a raccogliere più luce grazie a un numero maggiore di molecole di clorofilla, senza perdere efficienza. Ci riesce grazie a piccole modifiche nel Dna che rendono il suo sistema di trasferimento dell’energia fino a quattro volte più veloce di quello delle piante terrestri”.

Dottoressa Esposito, quanto è stato importante integrare competenze che spaziano dalla biologia marina alla fisica per arrivare a questo risultato?
“È stato un aspetto determinante. Risultati come questo sono possibili solo grazie all’integrazione di competenze molto diverse, dalla biologia alla fisica tramite tecniche avanzate di imaging. In questo contesto, Il laboratorio di Cryo-Em Eye Lab del Cnr-Isasi ha avuto un ruolo importante nello studio: il team ha fornito dati strutturali essenziali per chiarire i meccanismi alla base del fenomeno osservato. È un esempio concreto di come la collaborazione tra discipline e infrastrutture di eccellenza possa generare nuova conoscenza”.

Professor Bassi, in che modo i meccanismi sviluppati dalla Posidonia potrebbero contribuire a rendere più efficienti le colture agricole?
Le colture agricole soffrono degli stessi problemi di Posidonia: le piante agrarie vengono piantate molto vicine l’una all’altra per sfruttare il terreno e si ombreggiano a vicenda. In un campo di mais o di sorgo le piante sono alte 3-4 metri ma solo nei primi 40 centimetri le foglie ricevono abbastanza luce per produrre al massimo. Negli strati più bassi il fogliame riceve pochissima luce e produce poco o nulla. In compenso, come tutti gli esseri viventi, le foglie respirano e quindi consumano energia, riducendo ulteriormente la produttività. Nel nostro studio abbiamo riprodotto l’efficienza di Posidonia introducendo le modifiche genetiche nelle proteine delle piante terrestri. Ciò dimostra come, proseguendo in questa direzione, sarebbe possibile ottenere piante coltivate con una migliore efficienza nell’uso della luce. Sappiamo che almeno il 50% della luce assorbita viene dissipata in calore, spesso molto di più. Piante più efficienti avrebbero bisogno di meno terreno agricolo a parità di prodotto, lasciando spazio alle foreste per assorbire la Co2 e mantenere la biodiversità animale e vegetale”.

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Fonte: QdS.it