La meteorologia secondo gli utenti dei social
Marsala – Ci sono persone che aspettano l’estate. Ci sono persone che amano l’inverno. E poi ci sono loro: quelli che non sopportano la stagione in corso, qualunque essa sia.
Li riconosci facilmente perché sono puntuali come il calendario. Appena arriva il primo caldo, quando ancora il termometro non ha avuto neppure il tempo di ambientarsi, scrivono sui social: «Non ne posso più, quando arriva l’inverno?». Pubblicano fotografie di camini accesi, tazze fumanti, maglioni di lana, felpe, coperte e plaid, accompagnate da dichiarazioni d’amore per il freddo che farebbero commuovere persino un pupazzo di neve.
Poi arriva davvero l’inverno.
Cade la prima pioggia, si alza un po’ di vento, la temperatura scende e gli stessi identici nomi ricompaiono sotto fotografie, sondaggi e articoli di giornale: «Che tristezza!», «Quando torna l’estate?», «Mi manca il mare», «Non sopporto più questo freddo».
Sono sempre loro. Non è una supposizione: ormai li abbiamo memorizzati. Cambia la fotografia del profilo, qualche volta cambia il colore dei capelli, ma il commento resta fedele alla tradizione. Ad agosto sognano dicembre e a dicembre rimpiangono agosto. In pratica, vivono dodici mesi all’anno aspettando con impazienza i sei mesi opposti.
L’essere umano è un climatizzatore eternamente insoddisfatto
Dobbiamo ammetterlo: lamentarsi del tempo è una delle attività più democratiche del mondo. Non richiede titoli di studio, allenamento o particolari competenze. Basta affacciarsi alla finestra e trovare qualcosa che non va.
Se c’è il sole, è troppo forte. Se piove, è una tragedia. Se tira vento, «non si può uscire». Se il vento non c’è, «non si respira». Se fa freddo, vogliamo il mare. Quando siamo al mare, cerchiamo disperatamente un centimetro d’ombra e diciamo: «Io amo l’estate, ma non questo caldo».
In sostanza, desideriamo l’estate purché non faccia caldo e l’inverno purché non faccia freddo. Vorremmo una stagione personalizzata, possibilmente regolabile con il telecomando: 23 gradi fissi, brezza leggera, sole moderato, umidità sotto controllo e pioggia soltanto di notte, ma senza fare rumore perché dobbiamo dormire.
Bisogna anche dire che il clima sta cambiando davvero e che non tutto può essere liquidato con una battuta. Le ondate di calore sono diventate più frequenti, lunghe e intense. In diverse zone aumentano anche gli eventi meteorologici estremi, i temporali violenti e le precipitazioni concentrate in poco tempo. Quindi sì, il caldo di oggi può essere diverso da quello di alcuni decenni fa e merita attenzione, soprattutto per anziani, bambini, lavoratori esposti e persone fragili.
Ma il caldo, d’estate, c’è sempre stato. E il freddo, d’inverno, non costituisce ancora una clamorosa notizia dell’ultima ora.
Quando da bambino dormivo per terra
Io posso raccontarlo attraverso i miei ricordi. Da bambino vivevo in campagna e l’aria condizionata non faceva parte della nostra quotidianità. Quando arrivava l’estate, arrivava il caldo vero. Non quello raccontato attraverso una storia sui social con la fotografia del cruscotto dell’automobile, ma quello che restava dentro casa anche durante la notte.
Si dormiva con le finestre aperte, nella speranza che entrasse un filo d’aria. Qualche volta mi mettevo persino a terra, perché il pavimento sembrava più fresco del letto. E c’erano notti in cui non si dormiva proprio.
Naturalmente, aprire le finestre significava invitare ufficialmente tutte le zanzare della contrada. Entravano senza bussare e trascorrevano la notte a festeggiare attorno alle nostre orecchie. A questo si aggiungeva anche un po’ di paura, perché dormire con porte e finestre aperte in campagna non garantiva esattamente la serenità di una camera blindata.
Eppure si stava molto di più all’aperto. Le serate si trascorrevano fuori casa, nei cortili, davanti alle porte, con i parenti, gli amici e i vicini. Ci si sedeva insieme e si aspettava che la notte portasse un po’ di fresco. La casa serviva soprattutto per dormire, o almeno per provarci.
Dall’Antartide al Sahara in pochi secondi
Oggi la vita è cambiata. Abbiamo climatizzatori nelle case, nelle automobili, negli uffici, nei negozi, nei ristoranti e spesso anche nelle abitazioni degli amici. Entriamo in una stanza e troviamo una temperatura quasi polare; poi usciamo e veniamo accolti da una vampata che sembra arrivare direttamente dal centro della Terra.
Saliamo in auto e accendiamo subito l’aria condizionata. Arriviamo a casa e cerchiamo il telecomando prima ancora delle chiavi. Se qualcuno propone di trascorrere la serata fuori, magari in campagna, rispondiamo: «Ma dentro si sta più freschi».
Ed eccoci al paradosso: un tempo non vedevamo l’ora di uscire di casa. Oggi, pur vivendo magari nello stesso ambiente rurale, trascorriamo l’estate chiusi nelle medesime stanze in cui siamo rimasti durante l’inverno. Cambia soltanto la modalità dell’impianto: a gennaio riscaldamento, ad agosto raffreddamento. Noi, sempre sul divano.
Il condizionatore ci ha certamente migliorato la vita e, durante il caldo intenso, può rappresentare una protezione importante. Tuttavia, se lo regoliamo come se dovessimo conservare i surgelati, l’aria fredda e secca può irritare gli occhi, il naso e la gola, provocando secchezza, fastidi e qualche colpo di tosse.
Raffreddore e influenza, però, sono causati da virus: non vengono prodotti direttamente dal telecomando. Il povero climatizzatore ha diverse responsabilità, ma non può essere accusato di tutto.
Il vero cambiamento è forse nella nostra capacità di adattamento. Passando continuamente da ambienti molto freschi a temperature esterne elevate, il caldo ci sembra ancora più aggressivo. Ci siamo abituati al benessere e il benessere, quando viene interrotto anche soltanto per dieci minuti, diventa improvvisamente un’emergenza nazionale.
La stagione più bella è sempre quella che deve arrivare
Forse il problema non riguarda soltanto il tempo atmosferico. Forse siamo diventati incapaci di vivere pienamente ciò che abbiamo davanti.
Quando è estate pensiamo al camino, al plaid e alle serate invernali. Quando arriva l’inverno pubblichiamo fotografie del mare, dei tramonti e delle granite. Aspettiamo il fine settimana durante i giorni lavorativi, poi la domenica sera ci lamentiamo perché il lunedì è vicino. Desideriamo le ferie e, dopo qualche giorno, diciamo che ci stiamo annoiando.
Il meteo sui social è diventato lo specchio della nostra insoddisfazione: non ci piace quasi mai il presente. Ci innamoriamo del ricordo della stagione passata e dell’attesa di quella futura, mentre quella che stiamo vivendo ci sembra sempre sbagliata.
Allora, senza negare il cambiamento climatico e senza sottovalutare i pericoli del caldo eccessivo o degli eventi estremi, potremmo tentare un piccolo esperimento: vivere la stagione che c’è.
D’estate cerchiamo il fresco, beviamo acqua, proteggiamoci nelle ore più calde e usiamo il condizionatore con giudizio. Ma godiamoci anche le serate lunghe, il mare, le piazze, gli incontri e quella voglia di stare insieme che dovrebbe appartenere ai mesi estivi.
D’inverno copriamoci, accendiamo pure il camino, prepariamo una bevanda calda e accettiamo che possa piovere. Senza chiedere il ritorno dell’estate dopo appena due nuvole.
Perché l’estate continuerà a essere calda e l’inverno, con ogni probabilità, continuerà a essere freddo. La vera previsione meteorologica più sicura, però, è un’altra: qualunque temperatura ci sarà, sui social qualcuno scriverà che non ne può più e che non vede l’ora che arrivi la stagione opposta.
E molto probabilmente sarà lo stesso che, sei mesi prima, aveva detto esattamente il contrario.
Enzo Amato Más
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