La scuola dell’emulazione

Claudia Marchetti

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La scuola dell’emulazione

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domenica 31 Maggio 2026 - 07:00

Ci sono notizie che fanno paura per quello che raccontano. E poi ce ne sono altre che fanno ancora più paura perché sembrano la copia della precedente. L’episodio avvenuto a San Vito Lo Capo, dove un ragazzino di appena 11 anni ha accoltellato il proprio professore durante le lezioni, portando con sé due coltelli, indossando un casco integrale e riprendendo tutto con il cellulare per trasmetterlo su Telegram, non può essere letto come un fatto isolato. Troppi dettagli richiamano alla mente quanto accaduto appena due mesi prima a Trescore Balneario, nella bergamasca, dove un 13enne aveva accoltellato la propria insegnante di francese, filmando l’aggressione e diffondendola pure attraverso Telegram. Anche in quel caso c’erano stati messaggi pubblicati online prima dell’attacco, una costruzione narrativa della vendetta, la volontà di trasformare un gesto violento in un contenuto da condividere.

È impossibile ignorare il tema dell’emulazione. Da sempre la cronaca conosce il cosiddetto effetto imitazione”: episodi estremi che, dopo una forte esposizione mediatica, vengono replicati da soggetti fragili, suggestionabili o semplicemente alla ricerca di attenzione. Per questo motivo esistono regole deontologiche che invitano giornalisti e media a raccontare certi fatti con cautela, evitando spettacolarizzazioni, dettagli inutilmente morbosi o la trasformazione dei responsabili in protagonisti. Perché il rischio è che la cronaca smetta di essere racconto e diventi modello. Oggi però il problema non riguarda più soltanto giornali e televisioni. I social network hanno completamente modificato il meccanismo. Un tempo chi commetteva un gesto estremo cercava notorietà dopo il fatto. Oggi, troppo spesso, il fatto nasce proprio per ottenere notorietà. La violenza non è più soltanto l’atto. È il video. È la diretta. È il post pubblicato poco prima. È il commento che arriverà dopo. È la ricerca di una platea. Nel caso di Bergamo gli investigatori hanno ricostruito una vera e propria attività online che accompagnava la preparazione dell’aggressione. Nel caso di San Vito Lo Capo emerge ancora una volta il ruolo centrale di Telegram e dei social, con messaggi pubblicati prima dell’azione e la volontà di riprendere tutto in tempo reale.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante. Non siamo davanti soltanto a ragazzi che agiscono. Siamo davanti a ragazzi che sembrano pensare la realtà come una piattaforma da trasmettere. Come se ogni esperienza, persino la più drammatica, avesse bisogno di uno schermo per esistere davvero. Come se il confine tra vita e contenuto digitale si stesse dissolvendo sempre di più. Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire ogni responsabilità ai social. Dietro episodi così gravi esistono spesso fragilità personali, contesti familiari complessi, disagi psicologici, difficoltà educative e relazionali che meritano attenzione e approfondimento. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che il mondo digitale non abbia alcun ruolo. Quando un 11enne pensa di presentarsi a scuola con un casco per non essere riconosciuto e di trasmettere una presunta vendetta in diretta online, il problema non è soltanto ciò che accade in una classe. Il problema è il linguaggio culturale che alcuni ragazzi stanno assorbendo ogni giorno. Un linguaggio fatto di visibilità a ogni costo. Di spettacolarizzazione. Di consenso immediato. Di like, follower, visualizzazioni e comunità virtuali che spesso premiano la provocazione più della responsabilità.

La scuola da sola non può reggere tutto questo peso. Non possono farlo gli insegnanti, che sempre più spesso si trovano a svolgere funzioni educative, psicologiche e sociali che vanno ben oltre il loro ruolo. Non possono farlo le istituzioni limitandosi a intervenire soltanto dopo l’ennesimo episodio. Serve una riflessione collettiva. Dovrebbero farlo le famiglie che spesso non devono essere lasciate da sole. Perché quando un ragazzino di 11 anni replica dinamiche già viste in un altro caso di cronaca, utilizzando gli stessi strumenti, gli stessi codici e perfino la stessa ricerca di esposizione online, non siamo più davanti a una coincidenza. Siamo davanti a un segnale. E ignorarlo sarebbe l’errore più grande.

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