In ricordo di Nino

redazione

In ricordo di Nino

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mercoledì 11 Febbraio 2026 - 06:30

Ero uno studente di fisica alla fine degli anni ’70 e ricordo un dibattito con i colleghi innescato forse da un’apparizione televisiva dello scienziato trapanese ( o da una sua parodia), Eravamo giovani, selvaggi e ancora abbastanza ignoranti, cercavamo un modello ideale e per la maggior parte di noi Antonino Zichichi era quello sbagliato, troppo politico e – come si direbbe oggi- mediatico. Fummo interrotti dalla voce del professore appena entrato: “ Ricordatevi una cosa: Nino Zichichi sa cos’è una particella elementare, voi no!”. Ci furono poi molti anni e convegni all’Ettore Majorana durante i quali sperimentai il valore di quella ammonizione, imparando ad apprezzare Nino per le sue capacità e lasciando da parte le polemiche.

Oggi che la divulgazione scientifica è diventata un’industria in perenne fioritura, la gente ha familiarità con le grandi idee della fisica: big bang, inflazione, neutrini, corde e loops, qbits. E’ il tempo della ribalta dei fisici teorici. Si rischia di dimenticare però che la fisica è una scienza sperimentale. Ogni affermazione della fisica deriva da apparati sperimentali che selezionano e illuminano una fetta di mondo da indagare. E Nino Zichichi era uno straordinario sperimentale, con una speciale attitudine per il design di strumenti di rivelazione e acceleratori. Iniziò da apprendista sulle Alpi, lavorando sugli sciami di raggi cosmici che erano allora una sorgente importante di particelle, e continuò poi al CERN, che fu la sua casa per molti anni e dove nel 1965, utilizzando il protosincrotrone, osservò per la prima volta un nucleo di antimateria. Dal 1969 al 1974 con il suo gruppo contribuì a testare e perfezionare i primi collider (ADA e ADONE), basati sulla rivoluzionaria proposta di Bruno Touschek di far collidere due fasci di particelle ad altissima velocità uno contro l’altro invece che dirigere un singolo fascio su un bersaglio fisso, con un grande guadagno energetico. Gli acceleratori sono come macchine fotografiche per la microfisica, più alta è l’energia più aumenta la risoluzione degli eventi osservati e dunque la possibilità di indagare scale sempre più piccole. Nino era un maestro in queste faccende. Ad esempio, c’è un campo che conosco bene in cui ha lasciato molti contributi e che riguarda la natura stessa delle particelle. Un modello quantistico semplice descrive una particella come un oggetto permanente con caratteristiche fisse, come massa e carica elettrica. Una sorta di tranquillo sassolino microfisico. Ma una descrizione più accurata che si ottiene con la teoria quantistica dei campi, un balzo in avanti nella risoluzione. ci mostra una realtà molto più complessa dove la particella interagisce continuamente con altre che abitano il vuoto e questo porta a microscopiche fluttuazioni dei suoi parametri. Nino trovò il modo di osservare questi fenomeni evanescenti, con una serie ingegnosissima di lavori.

Con il Centro Ettore Majorana ha contribuito a creare un luogo fecondo di ricerca e di scambio: prima del crollo del muro di Berlino è lì che si manifestò con forza l’appello all’unità e alla trasparenza della scienza tra studiosi dell’Est e dell’Ovest. Nino si è spento ieri nel sonno a 96 anni nella sua Trapani, vicino a quel mare che tanto amava. Un pezzo di storia che se ne va.

Ignazio Licata, Fisico teorico, ISEM PA

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