C’è qualcosa di profondamente disturbante nella vicenda dell’incendio che il 20 agosto scorso ha devastato circa 83 ettari a ridosso del Bosco Scorace, nel territorio di Buseto Palizzolo. Non solo per l’enormità del danno ambientale, ma perché – secondo quanto ricostruito dalla Procura di Trapani – chi avrebbe appiccato il fuoco era un operaio stagionale del servizio antincendio della Regione Siciliana. Uno di quelli che, per mandato pubblico, dovrebbe difendere il paesaggio, non distruggerlo. Le immagini parlano da sole: l’uomo ripreso mentre appicca incendi in più punti, allarga il fronte delle fiamme proprio dove non ci sono squadre operative, si nasconde tra la vegetazione per evitare i mezzi aerei e poi si allontana indisturbato. Un’azione lucida, organizzata, non un gesto impulsivo. A rendere il quadro ancora più inquietante, le intercettazioni e i video girati con il cellulare e condivisi con alcuni colleghi. Il risultato? Un ecosistema devastato, animali a rischio, colture distrutte, un territorio ferito.
Qui emerge il primo, amarissimo concetto: in Sicilia il nemico del paesaggio sembra annidarsi proprio tra coloro che dovrebbero proteggerlo. Un sospetto che non nasce oggi, ma che episodi come questo rendono sempre meno eludibile. Non è più solo il piromane ignoto, ma il corto circuito istituzionale che trasforma un presidio di tutela in un potenziale fattore di rischio. Ed è qui che si innesta il secondo paradosso, ancora più grande. La Sicilia è la regione italiana con il maggior numero di guardie e operai forestali: decine di migliaia di addetti, spesso oltre 20.000 unità, un numero che supera di gran lunga quello di tutte le altre regioni e che, se rapportato alla superficie boschiva, risulta persino superiore a quello di Paesi come il Canada. Eppure, ogni estate, la Sicilia brucia. Brucia troppo, brucia sempre, brucia ovunque.
Com’è possibile che una regione con un esercito forestale di queste dimensioni continui a essere teatro di incendi devastanti? È solo inefficienza? È cattiva organizzazione? O esiste un problema strutturale, culturale e politico che nessuno ha mai voluto affrontare fino in fondo? Il caso di Buseto Palizzolo non può essere liquidato come un episodio isolato. È un campanello d’allarme che chiama in causa controlli, selezione, responsabilità e trasparenza. Perché quando chi dovrebbe spegnere gli incendi finisce per accenderli, il problema non è solo penale: è un fallimento del sistema. La tutela del paesaggio non si misura con il numero di divise o di contratti stagionali, ma con la credibilità delle istituzioni che li gestiscono. Continuare a ignorare questo nodo significa condannare la Sicilia a rivivere, anno dopo anno, lo stesso copione: fiamme, indignazione, promesse e poi di nuovo silenzio. Fino al prossimo incendio.