Una riflessione sentita, da sportivo, da appassionato e da professionista dell’informazione, quella del trapanese Francesco Tarantino sulla vicenda tortuosa della società di basket Trapani Shark:
Alla fine resta sempre il campo. Anche quando il campo viene cancellato. Anche quando i risultati vengono azzerati, le classifiche riscritte, le stagioni strappate come fogli inutili. Il campo resta nella memoria di chi lo ha vissuto.
E a Trapani, prima di tutto, resta il popolo granata. L’esclusione della Trapani Shark dal campionato non è una sorpresa. È un epilogo. L’atto finale di una storia che da mesi non parlava più di pallacanestro ma di carte, debiti, minacce, ricatti, penalizzazioni, tribunali annunciati e troni a bordo campo. Una farsa diventata internazionale, culminata con la decisione inevitabile di Federbasket e Lega: fuori dal campionato, risultati annullati, immagine salvata – tardi – a scapito di una città intera. Ma chi ha vissuto questi anni sa che la Shark non è mai stata soltanto ciò che stava sopra la società. In campo c’erano giocatori veri. Allenatori veri.

Professionisti che hanno continuato a lavorare mentre tutto intorno crollava. Hanno giocato partite vere, spesso straordinarie, con una società costruita male, smontata peggio, e lasciata senza protezione. Hanno vinto, lottato, resistito. E lo hanno fatto per rispetto del gioco, non per chi lo stava usando. La decisione di escludere Trapani è corretta. Necessaria. Regolamentare.
Ma è anche una sconfitta collettiva del sistema, che ha lasciato crescere un problema fino a renderlo ingestibile. Perché se i debiti emergono oggi, se le mancate ratifiche diventano emergenza, se si arriva a mandare in campo ragazzini e senior contati per “non ritirarsi formalmente”, allora qualcuno ha chiuso gli occhi troppo a lungo. Valerio Antonini ha scelto lo scontro. Ha scelto la narrazione del complotto, del “ce l’hanno con noi”, del sovrano accerchiato. Ha scelto il rumore al posto della gestione. Il trono al posto della scrivania. E alla fine ha lasciato dietro di sé macerie sportive, economiche e morali. Non solo nel basket. Anche altrove. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una squadra esclusa, una storia gloriosa azzerata, una città ferita.
E giocatori e staff abbandonati a difendere la dignità di una maglia mentre chi avrebbe dovuto proteggerla era assente, fisicamente e moralmente. Eppure, in mezzo a tutto questo, Trapani non ha mai smesso di essere Trapani. Il PalaShark pieno. I cori. Gli applausi ai ragazzi mandati allo sbaraglio. Il silenzio quando serviva. Il coro contro il trono vuoto. Un pubblico che ha sempre distinto tra campo e palazzo, tra chi giocava e chi distruggeva. Oggi la Shark è fuori dal campionato. Ma il popolo granata non è mai uscito dal palazzetto.
Perché il basket può essere cancellato dai comunicati ufficiali, ma non dalla memoria di chi lo ha vissuto con onestà. E se un giorno Trapani tornerà – perché tornerà – lo farà ripartendo da lì: dal campo giocato, sudato, sofferto. E da quel popolo che, anche quando tutto crollava, ha continuato a stare in piedi. Io, invece, continuerò a chiedermi come abbia fatto Matteo Imbrò a segnare quella tripla (VIDEO).
Francesco Tarantino