Erice ricorda la Strage di Pizzolungo. La lavanda in memoria di Barbara, Salvatore e Giuseppe

redazione

Erice ricorda la Strage di Pizzolungo. La lavanda in memoria di Barbara, Salvatore e Giuseppe

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venerdì 03 Aprile 2026 - 08:20

Si è conclusa al Parco della Memoria, la manifestazione “Non ti scordar di me”, promossa dal Comune di Erice insieme a Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, per fare memoria delle vittime della Strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985, Barbara Rizzo e i suoi gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, e rinnovare l’impegno civile contro ogni forma di mafia. Quel terribile attentato aveva come bersaglio il giudice Carlo Palermo che, in quegli anni, indagava sugli affari sporchi della mafia trapanese.  Un appuntamento che, negli anni, è diventato un momento fondamentale per il territorio, capace di unire istituzioni, scuole e cittadini in un percorso che è insieme riflessione, testimonianza e assunzione di responsabilità.

Raccoglimento al Parco della Memoria

La cerimonia si è svolta in un clima di profondo raccoglimento, attraversato da una partecipazione autentica e sentita. Il Parco della Memoria si è trasformato ancora una volta in uno spazio vivo, in cui il ricordo delle vittime innocenti di mafia si è intrecciato con le voci del presente, con gli sguardi dei più giovani e con la volontà condivisa di non lasciare che la memoria si affievolisca. Sono intervenuti la sindaca di Erice Daniela Toscano, la prefetta Daniela Lupo, la presidente del Tribunale di Trapani Alessandra Camassa, il sindaco di Trapani Giacomo Tranchida e Margherita Asta. Presenti la deputata regionale Cristina Ciminnisi, i sindaci di Buseto Francesco Poma, Custonaci Fabrizio Fonte, Paceco Aldo Grammatico e la vicesindaca di Valderice Anna Maria Mazzara, oltre alla vicesindaca di Castello d’Argile, Comune gemellato, Tiziana Raisa. Hanno preso parte alla cerimonia le massime autorità civili, militari e religiose del territorio. Presente anche il componente della scorta del giudice Carlo Palermo, Totò La Porta, ed i familiari degli altri componenti (che, si ricorda, erano Raffaele Di Mercurio, Nino Ruggirello e Rosario Maggio).

La testimonianza di Margherita Asta

Particolarmente intensa la testimonianza di Margherita Asta, che ha saputo toccare corde profonde, ricordando come dietro ogni nome ci siano storie, affetti e vite spezzate che chiedono ancora giustizia e verità. Nel suo intervento ha richiamato il valore del rispetto delle regole, anche nelle azioni più semplici della quotidianità, come fondamento indispensabile non solo per la convivenza civile, ma per costruire un futuro libero da ogni logica mafiosa. Nel corso dell’iniziativa si sono alternati interventi istituzionali e momenti di riflessione condivisa. La presenza attiva dei giovani, protagonisti dell’intero percorso, ha dato senso e prospettiva a una giornata che non vuole essere soltanto commemorazione, ma costruzione concreta di un futuro diverso. Il loro coinvolgimento nelle diverse attività – dal concorso giornalistico alla rappresentazione teatrale, fino al processo simulato sulla Strage di Pizzolungo – ha rappresentato uno dei segni più significativi di questa edizione. La mattinata si è conclusa con un momento di raccoglimento collettivo, semplice e intenso, nel quale il silenzio ha restituito il significato più profondo della giornata: ricordare per non restare indifferenti, ricordare per continuare a costruire.

Toscano: “Richiamo forte, ci si chiede di ricordare”

«Ogni anno questo momento riesce a toccarci nel profondo, ma non possiamo permettere che resti solo emozione – ha dichiarato la sindaca Daniela Toscano. “Non ti scordar di me” è un richiamo forte, quasi un sussurro che diventa voce collettiva. Ci chiede di ricordare, sì, ma soprattutto di scegliere. Scegliere ogni giorno da che parte stare, anche quando è più difficile, anche quando sembra più comodo voltarsi dall’altra parte. La memoria che coltiviamo qui, insieme a Libera, non è mai fine a se stessa: è una memoria che interpella le nostre coscienze, che ci chiede coerenza, che ci chiede di essere esempio per i più giovani. Guardare i ragazzi che hanno partecipato in questi giorni, ascoltarli, vederli così presenti e consapevoli, ci dà la misura di quanto sia importante continuare su questa strada. Abbiamo il dovere di consegnare loro non solo il racconto di ciò che è stato, ma anche gli strumenti per costruire una società più giusta. E questo significa esserci, ogni giorno, con gesti concreti, con scelte chiare, con un impegno che non arretra. La memoria, se è vera, diventa responsabilità. E noi questa responsabilità vogliamo assumercela fino in fondo, come comunità». «La collaborazione con Libera – ha aggiunto la sindaca si conferma anche quest’anno fondamentale, perché contribuisce a dare profondità e continuità a un percorso che va ben oltre la singola giornata. “Non ti scordar di me” è il punto di arrivo di un lavoro condiviso, portato avanti con impegno dagli uffici comunali che desidero ringraziare, insieme a tutte le realtà coinvolte. Un percorso che si sviluppa durante tutto l’anno attraverso attività educative, incontri e momenti di confronto legati alla storia del nostro territorio e rivolti in particolare alle nuove generazioni. Un ringraziamento sentito va a Margherita Asta, per la forza della sua testimonianza e per il contributo prezioso che continua a offrire, soprattutto ai più giovani, nel tenere viva una memoria che diventa impegno quotidiano. Un saluto particolare al dott. Carlo Palermo, oggi assente per motivi di salute, ma sempre presente negli anni». Si chiude così un’edizione che lascia un forte segno, soprattutto per il coinvolgimento dei giovani, e che rinnova un impegno che il Comune di Erice, insieme a Libera e a tutte le istituzioni coinvolte, continuerà a portare avanti con convinzione e determinazione.

La lavanda dei piedi con il Vescovo in memoria della Strage di Pizzolungo

Carissimi fratelli e sorelle,

siamo entrati nel triduo pasquale. Tutta la diocesi, tutta la Chiesa universale. Abbiamo ascoltato il racconto di ciò che è avvenuto nella cena di addio tra Gesù e i discepoli. Un addio speciale, che realizza una trasformazione. Gesù assicura la sua presenza speciale, eucaristica e sacerdotale, nella vita dei discepoli di ogni epoca. È un addio diverso da tutti gli addii di questa terra. Vengono alla mente i versi di un poeta siciliano, scritti nel 1930, circa cento anni fa, quando l’autore aveva solo ventinove anni (Salvatore Quasimodo 1901-1968): “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera”. Il poeta presenta in estrema sintesi i grandi temi della solitudine esistenziale e della fragilità della vita. La serata di Gesù è molto diversa. Egli, il maestro, ha poco più di trent’anni: ha fatto un intenso percorso e ha appassionato tanti discepoli. Non si sente solo. Avverte che è giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre e trova il modo di dimostrare ai suoi che li ama sino alla fine, sino al compimento. Non li lascia nella solitudine, ma li avvolge di una relazione che resterà indimenticabile: contiene, infatti, una grande memoria, una straordinaria consegna e un comandamento nuovo.

La grande memoria

Nella stanza del cenacolo c’è un’aria di famiglia. I discepoli non sono soli: vivono un profondo senso di appartenenza, che li collega alla storia del popolo di Israele. Sono figli di una comunità che viene da lontano, abituata a celebrare l’antica Pasqua dei pastori come memoriale storico della liberazione dalla schiavitù in Egitto. I discepoli discendono dalle famiglie che, per uscire dall’Egitto, si concentrarono sull’agnello pasquale mangiato in fretta, dopo che il suo sangue aveva arrossato gli stipiti delle loro case. Il segno del sangue li univa nella speranza di essere “saltati”, risparmiati dalla distruzione, dalla morte.

Nella nostra epoca milioni di persone sono vittime del male che distrugge. Forse tanti riti, ma nessuna liberazione! La storia sembra aver perso le radici, così che ora essa si rivolta contro. I faraoni che uccidono si spostano dovunque sulla terra, si rivestono nei media di buone intenzioni e perseguono obiettivi di morte. Sempre più il mondo attende l’Agnello che si immola, colui che libera i prigionieri perché li ama e fa sorgere l’alba. “Ogni qualvolta un innocente è chiamato a soffrire egli recita la Passione. … Egli è la Passione… nel senso che è il Signore stesso a crocifiggersi con lui… in una solidarietà di compassione e di amore. La croce di Dio ha voluto essere la croce di ciascuno e il dolore di ciascuno è la croce di Dio” (Mario Pomilio, Il Natale del 1833: romanzo del 1982 sulla trasformazione spirituale di Manzoni dopo la sofferenza della morte della moglie e della figlia). Doniamo alle nuove generazioni le radici della loro identità. Ovunque sulla terra! Insegniamo loro a mangiare in fretta il cibo dell’esilio nel cammino verso la terra promessa, verso i cieli e la terra nuova della comunione con Dio. Trasformiamo la tristezza della poesia “Ed è subito sera” in un’invocazione del giorno nuovo, in attesa di Dio nella risurrezione di Cristo.

La straordinaria consegna

Nella comunità di Corinto San Paolo trasmette quello che ha ricevuto dal Signore: cioè la sua autoconsegna nei segni del pane e del vino, divenuti suo corpo e suo sangue. Egli è ora l’agnello che nutre la comunità dei discepoli. Gesù dona sé stesso e mette in condizione di vivere il cammino dell’esodo nella storia umana: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. D’ora in avanti, in ogni angolo della terra, la sera non farà più paura perché è preceduta dalla presenza del cibo e della bevanda della vita. È un privilegio per i credenti? Forse! Certamente è un anelito universale, di credenti e no. È una responsabilità: l’umanità attende questo principio di trasformazione del giorno umano in attesa dell’alba nuova, eterna: “Ogni volta, infatti, che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”. Questa certezza ci riempie il cuore di gratitudine nell’adorazione del Giovedì Santo. Questa cosa è totalmente assente nelle contraffazioni di coloro che propongono la sacralizzazione di oggetti, parole, inchini e gesti non riconducibili al linguaggio della fede in Gesù Cristo.

Il comandamento nuovo

La pagina del vangelo presenta un Gesù che si inginocchia davanti agli apostoli e lava loro i piedi. Vince la resistenza di Pietro e lo introduce nel profondo rapporto personale. Fare Pasqua significa entrare nella relazione unica che Gesù propone ad ogni discepolo. Si tratta di riconoscere che i nostri piedi sono affaticati e sporchi, di ammettere che le nostre strade polverose ci hanno allontanati da noi stessi oltre che da Gesù, da Dio. In questo Triduo ritroviamo l’incontro con Gesù per quello che dipende da noi; soprattutto proviamo a riconoscere i segni che egli sta mettendo nella nostra vita per farci aprire gli occhi sulla sua presenza di amore salvifico. Si tratta di capire la lezione che egli, nostro maestro, ci sta dando: “Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Tra i segni c’è la vocazione all’amore che dà senso anche alla vita più difficile. Ce lo ricorda il sacrificio innocente di Barbara Rizzo e dei suoi bimbi Salvatore e Giuseppe, per i quali preghiamo in modo particolare in questa Messa insieme a tutta la comunità ecclesiale e civile di Trapani. Che questa e tutte storie tragiche del nostro suolo – e del nostro mondo – ci riportino al “comandamento nuovo” del Signore: “come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. E sarà subito giorno! Sempre!

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