Gli italiani hanno bocciato la riforma della giustizia del governo Meloni. La vittoria del No al referendum è netta, indiscutibile. Ciò significa che anche tra l’elettorato del centrodestra sono prevalse cautela e perplessità rispetto a un disegno di riforma di 7 articoli della Costituzione di cui non sono mai apparsi chiari i vantaggi per la collettività. Sia chiaro: i cittadini non pensano che la giustizia italiana sia il migliore dei mondi possibili. Vorrebbero processi più veloci, certezza della pena e – soprattutto – vorrebbero l’effettiva applicazione di quel principio scolpito a caratteri cubitali in ogni tribunale italiano: “la legge è uguale per tutti”. Ma hanno ritenuto che la riforma non offrisse alcuna garanzia per un miglioramento del servizio, rischiando persino di peggiorarlo. I più maliziosi hanno, inoltre, pensato che la maggioranza che sostiene il governo Meloni fosse più interessata a indebolire la magistratura nella sua attività di indagine nei confronti del mondo politico che ad una maggiore efficienza nell’amministrazione giudiziaria, alterando l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’esecutivo rispetto al giudiziario e, più in generale, di un élite rispetto alla gente comune. Il dato del Sud rafforza questo ragionamento: tanti meridionali cresciuti con un grande senso di rispetto e gratitudine verso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Cesare Terranova, Antonino Caponnetto, Rosario Livatino, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Gaetano Costa, Antonino Scopelliti e verso i tanti magistrati che ancora continuano a contrastare le organizzazioni criminali hanno votato convintamente contro la riforma Nordio.
A questo punto, il governo Meloni dovrebbe trarre le conseguenze della volontà popolare e spostare la propria attenzione su altre e più urgenti questioni, uscendo da questa posa da campagna elettorale permanente che ha assunto fino dalla vittoria del settembre 2022. C’è da accantonare propaganda e caccia alle streghe per ragionare seriamente sul posizionamento dell’Italia in uno scacchiere internazionale quantomai complesso, ma c’è anche da dare risposte serie sul fronte economico e sociale, sulla qualità dei servizi (sanità, istruzione, sicurezza), sul sostegno alle attività produttive, sul lavoro, sulle diseguaglianze.
L’opposizione, da parte sua, sbaglierebbe a chiedere le dimissioni del governo (al massimo, sarebbe auspicabile un passo indietro di Nordio). Perchè il dato dei No riguarda il referendum, non le elezioni politiche. Il campo progressista, piuttosto, ha il dovere morale di organizzare nei prossimi mesi un’alternativa politica seria, partendo da una piattaforma programmatica che sappia offrire ricette adeguate al tempo che viviamo e alle difficili sfide che ci attendono. E dovrà farlo mostrandosi unito e investendo seriamente su una nuova classe dirigente, capace di parlare in maniera credibile a un elettorato di giovani che si è rivelato decisivo nell’esito di questa campagna referendaria.