Nelle scorse ore, dopo una vicenda giudiziaria durata anni, il Tribunale di Marsala ha condannato un imprenditore, Giuseppe Arangio, per aver maltrattato l’ex compagna. Nel frattempo, pochi anni fa, lo stesso, aveva addirittura fondato un sedicente centro “per uomini maltrattati“, forse più sulle intenzioni che sulla carta. Insomma quasi una boutade. Adesso la vittima, M. G. – che dovrà accontentarsi di una condanna a carico dell’ex di soli 5 mesi e 10 giorni di reclusione, con pena peraltro sospesa, e di mille euro di risarcimento – intende esprimersi al di là della sentenza, manifestando un percorso doloroso e sofferto e ponendo l’accento su quanto sia importante lavorare sulla “vittimizzazione secondaria” all’interno delle aule giudiziarie:
“Quando la verità smette di far ridere Per anni ha riso. Riso nei corridoi dei tribunali, riso durante le udienze, riso mentre la donna che aveva ferito cercava giustizia. Rideva, scherzava, si mostrava sereno, persino vittima. Un uomo apparentemente rispettabile, capace di trasformare la violenza in una barzelletta e il dolore altrui in un fastidio da minimizzare. Lei, invece, aveva denunciato. Aveva trovato il coraggio di raccontare le violenze e i maltrattamenti subiti tra le mura di casa, di affrontare la paura, la vergogna, l’isolamento. Aveva deciso di fidarsi dello Stato, della giustizia, nonostante tutto. Lui, durante tutta la durata dei procedimenti, ha continuato a recitare la sua parte. Si è presentato come uomo perbene, ha irriso la denuncia, ha tentato di screditare la vittima, arrivando persino a diventare presidente di un centro per uomini maltrattati. Un paradosso che grida vendetta: l’uomo accusato di violenza che indossa i panni del difensore. Peccato che la realtà fosse un’altra.
Dimenticava — o sperava che lo facessero gli altri — che non era l’unica donna ad averlo denunciato. Che su di lui pendevano altre accuse, persino per maltrattamenti su minori. Che aveva aggredito fisicamente anche il nuovo cognato. Un curriculum di violenza che mal si conciliava con la maschera pubblica che tentava di indossare. Tre anni.
Tre anni di attese, rinvii, udienze. Tre anni in cui la vittima ha dovuto rivivere tutto, mentre lui continuava a ridere. Aveva già perso su un decreto penale, ma aveva presentato opposizione. Poi l’appello. Poi, con sorprendente faccia tosta, aveva chiesto persino il rito abbreviato. In aula, ancora una volta, ha provato a ribaltare la storia. Ha inventato, accusato, diffamato. Ha cercato di distruggere l’immagine della donna che lo aveva denunciato, attribuendole comportamenti mai provati, parole mai dette, fatti mai accaduti. Solo bugie, fandonie, accuse prive di riscontri. Ma la verità, quando è solida, non ha bisogno di urlare. I giudici hanno guardato i fatti. Le prove. Le contraddizioni. E ancora una volta la narrazione costruita dall’imputato è crollata. La sentenza è arrivata. Cinque mesi e dieci giorni di condanna, con pena sospesa e spese processuali a carico dell’imputato. Non una vendetta, non una rivincita, ma un riconoscimento: la violenza c’era stata. Le menzogne no.
E in quel momento, finalmente, non c’era più nulla da ridere.
Questa storia non è solo la storia di una donna.
È la storia di un sistema che spesso costringe le vittime a resistere più a lungo dei loro aggressori. È la dimostrazione che chi usa la violenza può anche indossare maschere rispettabili, ma non può cancellare i fatti. È un promemoria: denunciare è difficile, lungo, doloroso. Ma la verità, anche se arriva tardi, arriva. E quando arriva, fa molto più rumore di una risata”.
M. G.