Riceviamo e pubblichiamo una riflessione su un tema importante, la parità di genere. A trattare l’argomento è Antonella Milazzo, già deputato regionale, oggi componente della direzione regionale del PD.
La parità di genere in politica in Sicilia: una battaglia lunga, ancora incompiuta
L’Autonomia siciliana è un recinto o uno strumento per avanzare?
La storia della parità di genere nella politica siciliana è una storia segnata da ritardi strutturali, resistenze culturali e conquiste parziali, spesso ottenute più per pressione nazionale che per reale volontà politica locale. Nonostante la Sicilia sia una Regione a statuto speciale, e dunque dotata di ampie autonomie, l’autonomia è stata troppo spesso utilizzata come alibi per rinviare l’attuazione di principi costituzionali fondamentali, primo fra tutti quello dell’uguaglianza sostanziale tra donne e uomini.
Per decenni la rappresentanza femminile nelle istituzioni siciliane è rimasta marginale. Le donne sono state quasi assenti dai luoghi decisionali, sottorappresentate nelle assemblee elettive e relegate a ruoli secondari negli esecutivi locali e regionali. Solo negli ultimi anni, grazie anche all’impegno dei movimenti femminili, delle Donne Democratiche e di una nuova sensibilità politica nazionale ed europea, il tema della parità è entrato stabilmente nel dibattito pubblico, non più come rivendicazione “di categoria”, ma come indicatore della qualità democratica delle istituzioni.
Un primo, importante passo in avanti è stato compiuto con l’introduzione in Sicilia della doppia preferenza di genere per le elezioni dei consigli comunali. La norma consente all’elettore di esprimere due preferenze, a condizione che riguardino candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza. Si è trattato di una riforma significativa, perché ha agito direttamente sul momento della selezione democratica della classe dirigente, incentivando i partiti a presentare candidature femminili e offrendo alle donne maggiori opportunità di elezione.
L’introduzione della doppia preferenza ha prodotto alcuni effetti positivi, aumentando la presenza femminile nei consigli comunali, ma ha anche mostrato chiaramente i suoi limiti: senza un analogo riequilibrio negli organi esecutivi, il rischio è quello di una rappresentanza femminile confinata alle assemblee, mentre il potere decisionale continua a restare saldamente nelle mani degli uomini. È proprio questo squilibrio a rendere evidente che la parità formale non è sufficiente se non è accompagnata da norme capaci di incidere anche sulla composizione delle giunte.
La legge Delrio e il nodo irrisolto delle giunte comunali in Sicilia
Un passaggio fondamentale in questa direzione è rappresentato dalla legge 56 del 2014, la cosiddetta legge Delrio, che ha introdotto il principio della rappresentanza di genere nelle giunte comunali, stabilendo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura inferiore al 40%. Una norma semplice, di civiltà, già applicata nel resto d’Italia, ma che in Sicilia è rimasta per anni lettera morta.
Il disegno di legge sugli Enti Locali attualmente in discussione all’Assemblea Regionale Siciliana rappresenta quindi un passaggio cruciale. L’articolo 8 del ddl prevede finalmente l’applicazione anche in Sicilia del principio già sancito a livello nazionale: la composizione paritaria delle giunte comunali, con una presenza minima del 40% per ciascun genere, da attuare entro 90 giorni dall’approvazione della legge.
I numeri parlano chiaro e rendono evidente l’urgenza dell’intervento legislativo: oggi, nelle principali amministrazioni locali siciliane, solo il 20% degli assessori è donna; negli enti locali, la percentuale complessiva di donne elette e nominate nelle giunte scende addirittura intorno al 12%. Nel Parlamento regionale, le deputate sono appena 15 su 70. Un deficit democratico che non può più essere ignorato.
Il rischio maggiore, come denunciato dalle deputate dell’ARS che hanno fatto fronte comune su questa battaglia, è che una norma di civiltà venga affossata attraverso il voto segreto, uno strumento che in passato ha spesso consentito di mascherare resistenze e opportunismi. Non a caso, la richiesta di un voto palese è diventata essa stessa una battaglia di trasparenza e responsabilità politica.
L’approvazione della norma sull’applicazione della legge Delrio in Sicilia non è una questione di “quote rosa”, né un privilegio concesso alle donne. È, al contrario, l’attuazione piena della Costituzione e il riconoscimento del diritto alla pari rappresentanza, finora sistematicamente violato.
La parità non è un dettaglio: è la misura della qualità democratica di un’istituzione. Dove le donne sono escluse dai luoghi decisionali, la democrazia è più debole, meno rappresentativa, meno capace di leggere la complessità della società. Garantire una presenza equilibrata nelle giunte comunali significa migliorare la qualità delle politiche pubbliche, ampliare i punti di vista, rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini.
Per la Sicilia, questa legge rappresenta anche un segnale politico e culturale: la scelta di non restare indietro, di non considerare l’autonomia come un recinto, ma come uno strumento per avanzare, non per arretrare. Sarebbe una grave contraddizione continuare a proclamare l’uguaglianza come valore fondante e, allo stesso tempo, negarla nei fatti.
Per questo l’Aula di Sala d’Ercole è chiamata ad assumersi una responsabilità storica. Votare contro, o nascondersi dietro il voto segreto, significherebbe abiurare a un principio già affermato a livello nazionale e tradire un’esigenza ormai chiaramente avvertita anche dagli elettori. L’approvazione della norma non risolverà da sola il problema della disparità di genere, ma rappresenterà un passo decisivo per colmare un ritardo che la Sicilia non può più permettersi.
Antonella Milazzo