Ventiquattro anni dalla Strage di Via D’Amelio: la verità negata e le nostre vite

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Ventiquattro anni dalla Strage di Via D’Amelio: la verità negata e le nostre vite

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martedì 19 Luglio 2016 - 08:36

Sono passati 24 anni dalla Strage di Via D’Amelio. Una data, quella odierna, legata al ricordo di un caldo pomeriggio che segnò la vita di un intero paese. Il 19 luglio del 1992 non morirono solo Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Morì anche la Prima Repubblica, destinata ad andare in archivio per lasciar spazio ad altri volti, altri simboli, altri nomi.

Ogni anno ci ritroviamo a riflettere su quella giornata, a capire quanto ha inciso sulla nostra coscienza civile oltre che a soffermarci su una verità ancora negata. Quest’anno, per la prima volta, mi ritrovo a ragionare su quest’anniversario da padre. E inevitabilmente mi chiedo come racconterò a mio figlio questa storia che ha segnato profondamente anche alcune mie scelte di vita.

Probabilmente, senza le Stragi di Capaci e Via D’Amelio avrei fatto altro. Magari il giornalista sportivo, come avevo cominciato a immaginare da bambino. O forse avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Per citare Camilleri, magari sarei stato un “siciliano da mare aperto” e non un “siciliano di scoglio”, incapace di immaginare la propria vita al di fuori dall’isola. Così anche mentre vivevo gli anni universitari a 2000 chilometri da queste coste, ho sempre coltivato l’idea di tornare. Il progetto di base era quello di dare un contributo – piccolo o grande che fosse – alla liberazione della Sicilia dalla mafia. Speravo di farlo attraverso le parole che avrei scritto, i fatti che avrei raccontato, la maturazione di una conoscenza quanto più completa possibile di quanto sarebbe accaduto attorno a me. In parte ci sono riuscito, in parte speravo di fare di più.

Da quando ho cominciato a scrivere – 13 anni fa – sono cambiate tante cose (Bernardo Provenzano era ancora a piede libero, per dire…). Ho letto tanti libri, ho approfondito le mie conoscenze sulla stagione delle stragi, ma anche su com’è cambiata la mafia nel tempo. L’esplosione del web ha consentito a tanti di accedere a informazioni che prima erano patrimonio di pochi. Eppure tante altre cose sono rimaste pressochè immutate, come la latitanza di Matteo Messina Denaro e l’incapacità di capire davvero chi abbia deciso che Paolo Borsellino doveva morire. Proprio per questo, spero di raccontare a mio figlio questa storia nella sua versione completa: con un inizio (che più o meno conosciamo) e una fine (che ancora manca). L’augurio più grande – a lui, ma soprattutto a tutti noi – è che non debba passare ancora molto tempo.

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