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Pet-Nation – L’orsa nel cortile di casa e Andreas Malm

Ora, che il rapporto tra l’uomo occidentale e il “mondo selvaggio”, la Wilderness, sia travalicato in patologia, credo sia da molti ammissibile.

La Natura – quella con la “N” maiuscola, avulsa dall’uomo, a-umana – con Noi non sta granché bene; Noi, con lei, forse peggio, se consideriamo lo spettro volontà di potenza-volontà di dominio-degrado-senso di colpa-autoconservazione.

Evidentemente, si tratta di una patologia “antropocenica”.

E la vicenda dell’orsa Jj4 – con tutto il suo portato luttuoso – mi pare possa fare da spunto per metterne in chiaro la sintomatologia.

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Senza giri di parole: noi umani-dell’ultima-modernità non abbiamo semplicemente cercato di superare lo stato naturale; non abbiamo nemmeno cercato di domesticare: siamo giunti, anzi, a tentare di “abolire” la Natura.

Piante, alberi, acque, animali possono ancora esserci al di fuori della concessione e esplicita volontà umana?

Se la risposta è no, allora è chiaro che l’inversione gerarchica dell’atavico rapporto Naturauomo sancisce l’obliterazione del “naturale” in-sé e per sé.

Cosa ne risulta? Che finiamo per trattare anche un’orsa – fuggevole creatura dei boschi – come un Pet. Un animale da appartamento. La traslochiamo pure di casa, per averla vicino a noi.

Poi, ci proponiamo di ucciderla quando scopriamo che un Pet proprio non è.

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Certo la questione è decisamente più complessa di così, e ha a che fare con la storia antropologica dell’uomo.

Prima di tutto. Uomo è diverso da Natura. Anzi, è quasi la sua antitesi.

La specie Homo scaturisce quando uno sparuto gruppo di primati africani inizia a trascinarsi, a forza, al di fuori dello “stato di natura”. Si alza in piedi e abita, come dice Sloterdijk, lo spazio che lo circonda.

Abita, cioè agisce nell’ambiente adattandolo, trasformando le cose in strumenti.

Il daemon di ogni forma di sapere, di stare e agire, non è quello di “accasarsi” sulla propria parte mondo?

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Da ciò deriva l’inevitabile punto di arrivo attuale.

L’Homo ha sviluppato strumenti e concetti in grado di assediare la Natura, e poiché non trova reali ostacoli, lo fa.

Gli orsi sono scomparsi dalle valli dolomitiche. E io ce li rimetto. Me li curo, traccio, regolo.

Abolizione dell’a-umano in favore dell’ex-umano.

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L’idea che questo sia sano – non semplicemente legittimo – si trova bene entro certa retorica ambientalista che, piena di fiducia nella capacità di redenzione degli uomini, fa di Noi gli auspicabili custodi del futuro.

La cronaca ci dimostra, evidentemente, che non è sano.

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Da che parte vogliamo stare? Tiriamo dritto su solco “antropocenico” o ci fermiamo? O tentiamo magari pure l’inversione di marcia?

A tutte queste domande stanno rispondendo, da tempo, schiere di scienziati, filosofi, pensatori…da Pievani a Cregan-Reid, e via per la costellazione che tiene insieme per Timothy Morton, Stanley Cavell e Ilan Pappé.

Sebastiano Bertini

Lo Scavalco è una scorciatoia, un passaggio corsaro, una via di fuga. È una rubrica che guarda dietro alle immagini e dietro alle parole, che cerca di far risuonare i pensieri che non sappiamo di pensare.

Sebastiano Bertini è docente e studioso. Nel suo percorso si è occupato di letteratura e filosofia e dai loro intrecci nella cultura contemporanea. È un impegnato ambientalista. Il suo più recente lavoro è Nel paese dei ciechi. Geografia filosofica dell’Occidente contemporaneo, Mimesis, Milano 2021. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857580340

Sebastiano Bertini

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