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Giochi pericolosi. Pomeriggi a confronto

Inutile nasconderselo: siamo stati fra le ultime generazioni a crescere in maniera semi selvaggia. Negli anni Ottanta, quando avevo dieci anni, i pomeriggi duravano una vita. Specialmente in primavera quando le giornate si aprivano alla luce e la terra iniziava ad esalare i suoi umori più profondi. E dopo aver raffazzonato in fretta e furia i compitini del giorno, trangugiando di corsa la merenda, “pani, vinu e zuccaro“, la mia preferita, uscivo di casa, uccel di bosco, pronto per l’ennesima avventura raminga. Le alternative di quei lunghi magnifici pomeriggi erano tutte lì, a portata di mano. Si poteva optare per un giro con la bici, per i più fortunati a bordo della bmx, gareggiando sulla pista di Scuparu; oppure se si trovava il giusto numero, si poteva organizzare una mega sfida a calcio, bastava trovare un qualsiasi piazzale libero a Timpuni: posizionando agli estremi due coppie di tufi o “cantuna“, a mo’ di porta. Dove spesso il “concetto” di goal diventava relativo: dipendeva da quanto eri forte … di pugno.

Ma se in settimana si erano racimolate mille lire, il pensiero correva subito all’edicola, alle figurine di calcio Panini. A gruppetti di quattro o cinque, pallone di “corio” sotto il braccio, ci si incamminava così per un viaggio a piedi attraverso il “margiu“. Un viaggio che sapeva di avventura corsara, al limite del proibito, il cui ricordo a distanza di più di trent’anni fa ancora bene al cuore.

Durante il tragitto si attraversavano distese di grano e vigneti, sterpaglie e rovi spinosi, fra pendii e burroni scoscesi (“sbalanchi”). Mentre nell’aria esalava il fragrante profumo della terra bagnata, misto al pungente odore dell’erba e dei fiori di campo. A metà strada, si incrociava poi un fiumiciattolo (“a’ ciumara”) che più in là sfociava in una specie di stagno, dove i più intraprendenti si affannavano a pescare rane (“giurane”) con il cappio, “u’ chiacco“. Mentre altri si affaccendavano a cacciare le lucertole (“cucciajddi“) che avrebbero impallinato con la fionda, “a’ freccia“, usando delle olive come proiettili. Sì, selvaggi lo eravamo abbastanza, lo avevo già premesso …

Nel corso delle nostre esplorazioni, un giorno scoprimmo una distesa di erba perfettamente rasata, dove ci eravamo premurati di mettere su un bel campetto di calcio. Salvo poi scoprire che quel magnifico tappeto verde, che avevamo ormai sufficientemente arato, altro non era che “furmentu“. Prima di sbucare fuori dal “margiu”, tappa fissa per quell’attività che avevamo birichinamente battezzato: “futtiri aranci“. E via dunque a scavallare il recinto (“sbiaccari”) dove d’ inverno si faceva incetta di arance, mandarini e “pirittuna” e, d’estate, di fichi, “pjuna” e “piccoca“. E finalmente si sfociava nello “stratuni“, a due passi dall’ edicola dove ad aspettarci c’era Lui, in mezzo a quel meraviglioso odore di carta e colla tipica delle edicole: il signor Cicala, incorniciato da profumati giornali e fumetti e in un angolo, non troppo nascoste, da magnifiche immagini di donne mezze nude. Un mito. E mentre il sig. Cicala, inumidendosi il pollice, prendendole dal mazzo, contava meccanicamente le bustine di figurine, noi non riuscivamo a capacitarci: come mai quell’uomo che sembrava uscito fuori da un racconto dei fratelli Grimm, non cedeva alla tentazione perversa (per noi) di aprirle tutte per sé, quelle bustine?

Il ritorno a casa era per forza di cose più veloce dell’andata, impazienti come eravamo di scartare il frutto dei nostri acquisti. Eccitati all’idea di trovarci dentro lo “scudetto”, di Juve, Inter, Milan, che equivalevano a 100 figurine ordinarie, o nella speranza di trovarci le “squadre”, che ne valevano 50. Mentre, restavamo un po’ perplessi quando ci ritrovavamo davanti le figurine dei giocatori di serie B che valevano molto meno. Subito dopo ci attendeva la veranda o il sottoscala a casa di qualcuno, dove ingaggiavamo interminabili gare di soffietto, “ciuciareddu“. A fine giornata, quando ormai fuori era buio pesto (“scuru chi si fiddava”) rientravamo a casa stanchi morti, infangati, spesso con le ginocchia sbucciate, affamati ma felici. Di corsa ad abbracciare la mamma che, incredibilmente, a quei tempi non era solita preoccuparsi per la nostra assenza durante l’intero pomeriggio. Cosa francamente impensabile al giorno d’oggi. Non c’era telefono, cellulare o smartphone che dir si voglia. Non c’era la Wii, il Nintendo e non avevamo consolle di nessun tipo. Non c’era il laptop, il computer, l’iPad o l’iPod. Non c’era youtube, facebook e non c’era Tik Tok. Non c’era nemmeno Netflix o Amazon Prime. Prima di cena ci era concessa mezz’ora di Mazinga Zeta o Remì; se si rientrava un po’ prima si poteva beccare Holly e Benji e, se si era fortunati, anche Lady Oscar o addirittura Lupin III. Almeno fino a quando non saltava la corrente che, spesso, specie nelle buie serate invernali, ci costringeva a lunghe ore al lume di candela. Ma neanche quello era un problema. Perché era allora che sbucava fuori la cassetta della Dama.

Gianvito Pipitone

La corda Pazza “Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. La seria, la civile, la pazza.” Così parlava Ciampa, lo scrivano del “Berretto a sonagli”. La corda civile per stare con gli altri, per accomodare la quotidiana finzione del saper vivere; quella seria per offrire le proprie ragioni, esaminarle, difenderle. Ma quando tutto questo non basta più, quando si strappa il pirandelliano “cielo di carta” allora non resta altro che sferrare la corda pazza: “Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s’allarmi! Niente ci vuole a fare la pazza, creda a me! Gliel’insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza…” G. Savatteri

L’autore: Gianvito Pipitone da 20 anni export manager nel mondo del vino, scrive per passione dai tempi dell’Università. Ha autoprodotto un romanzo (Montagne della Meta, 2009), una raccolta di racconti “del Novecento” (Pecore al buio, 2017) e da novembre 2020 cura un blog (www.BarryLyndon75.it) inseguendo i suoi molteplici interessi: geopolitica, storia, letteratura, musica etc. Vive con la sua famiglia (due bellissimi pupetti: Flavio e Matilde) alle pendici dell’Etna, sospeso fra il Cielo, il Mare e la “Muntagna”.

Gianvito Pipitone

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