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E’ morto il boss Bernardo Provenzano

È morto, all’ospedale San Paolo di Milano, il boss Bernardo Provenzano. Il corleonese capo di Cosa Nostra aveva 83 anni e si trovava detenuto al carcere di Parma in regime di 41 bis. Da anni gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica. Dopo 43 anni di latitanza, l’11 aprile del 2006 Bernardo Provenzano è stato arrestato dai poliziotti della Squadra mobile di Palermo e dagli agenti della Sco. Viveva in una casolare nelle campagne di Corleone, la sua città natale: il luogo è stato identificato seguendo la fitta rete dei “pizzini”, i biglietti utilizzati dal boss per comunicare con la famiglia e il resto dell’organizzazione mafiosa.

Soprannominato “il ragioniere”, ma anche “u tratturi”  per la violenza con cui uccideva i suoi nemici nelle faide mafiose, cominciò giovanissimo una serie di attività illegali, assieme a Luciano Liggio, che lo associò alla cosca locale.

Il 6 settembre 1958 Provenzano partecipò a un conflitto a fuoco contro i mafiosi avversari Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri, in cui rimase ferito alla testa e arrestato dai Carabinieri, che lo denunciarono anche per furto di bestiame e formaggio, macellazione clandestina e associazione per delinquere[6][7].

Il 10 settembre 1963 i Carabinieri di Corleone denunciarono Provenzano per l’omicidio del mafioso Francesco Paolo Streva (ex sodale diMichele Navarra) ma anche per associazione per delinquere e porto abusivo di armi[6]: Provenzano si rese allora irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza[8]. Nel 1969 Provenzano venne assolto in contumacia per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari per gli omicidi avvenuti a Corleone a partire dal 1958[7].

Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Calderone, Provenzano partecipò alla cosiddetta «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969), che doveva punire il boss Michele Cavataio: durante il conflitto a fuoco, Provenzano rimase ferito alla mano ma riuscì lo stesso a sparare con la sua Beretta MAB 38; Cavataio rimase a terra ferito e Provenzano lo stordì con il calcio della Beretta, finendolo a colpi di pistola.

Nel 1974, dopo l’arresto di Luciano Liggio, cominciò la sua reggenza del mandamento mafioso di Corleone, assieme a Totò Riina. Di lì a poco, la scalata ai vertici della Cupola. Dopo le stragi del ’92 – ’93, fu tra i pochi latitanti storici (così come il più giovane Matteo Messina Denaro) a sfuggire alla controffensiva dello Stato, che arrestò Riina, Bagarella, Santapaola, Brusca e Vitale.

Agli agenti che lo arrestarono l’11 aprile del 2006 disse: “Non sapete cosa state facendo”. Una frase dal sottotesto mai chiarito. Negli anni trascorsi in carcere, Bernardo Provenzano non ha mai dato segni di pentimento, nè ha mai dimostrato di voler collaborare con la giustizia italiana. Con la sua morte, inevitabilmente il boss corleonese si porta dietro tanti segreti e tante informazioni che avrebbero potuto contribuire a conoscere la verità su tanti passaggi importanti della storia repubblicana, comprese quella relativa alle protezioni che gli consentirono di vivere 43 anni da latitante.

redazione

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