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La Giornata dell’Acqua. Tra disservizi, siccità e dispersione la Sicilia è tra le regioni che soffre di più

Calabria (38,7% di famiglie) e Sicilia (29,5%) sono le regioni più esposte ai problemi di erogazione dell’acqua nelle abitazioni.

Il dato arriva dall’Istat, in coincidenza con la Giornata Internazionale dell’Acqua, che ricorre il 22 marzo ed è stata istituita a partire dal 1992.

Nel 2023, l’86,4% delle famiglie allacciate alla rete idrica comunale si ritiene molto o abbastanza soddisfatto del servizio idrico. Il livello di soddisfazione varia però in misura piuttosto marcata sul territorio: sono molto o abbastanza soddisfatte oltre il 90% delle famiglie residenti al Nord, l’86,2% di quelle del Centro. Nel Mezzogiorno si rileva un livello di insoddisfazione (poco o per niente soddisfatte) sensibilmente al di sopra della media nazionale (43,6% nelle Isole e 38,4% nel Sud), con valori più alti in Sicilia (46,1%), Abruzzo (42,1%) e Basilicata (42,0%).

Un altro dato importante evidenziato dall’Istat riguarda la dispersione delle risorse idriche. Nel 2022 l’acqua potabile dispersa nelle reti comunali di distribuzione soddisferebbe le esigenze idriche di 43,4 milioni di persone per un intero anno. A pesare è la vetustà di alcuni impianti, che in maniera sempre più frequente fanno i conti con rotture e perdite.

“Nonostante negli ultimi anni molti gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi e il contenimento delle perdite di rete – si legge nel rapporto pubblicato dall’Istat – la quantità di acqua dispersa in distribuzione continua a rappresentare un volume considerevole, quantificabile in 157 litri al giorno per abitante. Stimando un consumo pro capite pari alla media nazionale, il volume di acqua disperso nel 2022 soddisferebbe le esigenze idriche di 43,4 milioni di persone per un intero anno (che corrisponde a circa il 75% della popolazione italiana). Le perdite totali di rete sono da attribuire a: fattori fisiologici, presenti in tutte le infrastrutture idriche in quanto non esiste un sistema a perdite zero; rotture nelle condotte e vetustà degli impianti, prevalente soprattutto in alcune aree del territorio; fattori amministrativi, dovuti a errori di misura dei contatori e usi non autorizzati (allacci abusivi)”.

Le perdite più consistenti si verificano nelle regioni del centrosud – Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%) – e nelle isole – Sardegna (52,8%), Sicilia (51,6%) -.

In più di un capoluogo su tre si registrano perdite totali in distribuzione superiori al 45%.

L’Istat ribadisce che “le acque trattate provenienti dagli impianti di depurazione delle acque reflue urbane possono rappresentare una fonte di approvvigionamento di acqua “non convenzionale” utile per integrare i volumi utilizzati per diverse finalità, escluso l’uso potabile, quali: l’irrigazione, alcuni processi industriali particolarmente idroesigenti, diversi usi civili (quali, lavaggio strade, antincendio, fontane ornamentali) e servizi ambientali (quali, alimentazione aree umide). In tal senso possono contribuire a ridurre il prelievo di risorsa primaria e a fare fronte alla maggiore frequenza di periodi di scarsità idrica, risultato dei cambiamenti climatici in atto e del perdurare di storiche inefficienze di molte infrastrutture idriche”.

Molti italiani continuano a non fidarsi dell’acqua di rubinetto, che utilizzano solo per lavarsi. Nel 2023, le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l’acqua di rubinetto sono il 28,8%. Il dato è stabile rispetto al 2022, anche se riflette una preoccupazione decisamente minore rispetto a 20 anni fa (erano il 40,1% nel 2002). Permangono notevoli differenze sul piano territoriale: si passa dal 18,9% nel Nord-est al 53,4% nelle Isole. A livello regionale, le percentuali più alte si riscontrano in Sicilia (56,3%), Sardegna (45,3%), Calabria (41,4%) e Abruzzo (35,1%). Sempre nelle isole, di conseguenza, si registra il consumo maggiore di acqua minerale (84,8%).

Per quanto riguarda l’uso agricolo delle risorse idriche, rispetto al 1990 la superficie irrigata registra un decremento del 12,7%, associato a una riduzione della superficie agricola utilizzata (SAU) del 17,3%, da cui consegue una, seppur modesta, maggiore propensione all’irrigazione. Il numero di aziende che ha praticato l’irrigazione si riduce del 58%, per effetto di un decremento del numero complessivo di aziende del 60,2% e del relativo aumento della dimensione media aziendale, complice anche la crisi economica degli ultimi anni. Nel complesso, nel 2020, la tendenza all’utilizzo delle potenzialità irrigue, misurata dal rapporto percentuale tra la superficie irrigata e la superficie irrigabile, è pari al 61,9% a livello nazionale, mentre la propensione all’irrigazione, valutabile rapportando la superficie irrigata al totale della SAU, è pari al 19,0%.

Su questo fronte torna a manifestare la propria preoccupazione Coldiretti, affermando che in Sicilia “non c’è acqua per irrigare, tra dighe che quando si riempiono devono essere svuotate perché non collaudate, strutture fatiscenti e un commissariamento dei consorzi di bonifica che dura da oltre 30 anni, mentre i raccolti vengono bruciati dalla mancanza di pioggia”.

redazione

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