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Tra musica e parole: al Teatro “Sollima” di Marsala l’omaggio a Franco Battiato

Tramonto occidentale è il titolo della canzone di Franco Battiato con cui l’ensemble Guarnieri ha scelto di omaggiare il cantautore e compositore siciliano, sabato sera al Teatro Comunale “Sollima” di Marsala. Un concerto-tributo che in quasi trenta cover, per un paio d’ore, ripercorre in ordine non cronologico molte tappe della straordinaria e variegata parabola musicale di Battiato, inframmezzato da alcuni momenti durante i quali entra in scena un narratore che prova a tratteggiare il personale ritratto artistico del Maestro di Riposto, spesso con piglio schiettamente teatrale – tra piccoli aneddoti, citazioni, ricordi e frammenti biografici.

L’evento rappresenta in qualche modo l’evoluzione scenica dei due precedenti omaggi a Battiato – Invito al viaggio e Orizzonti perduti (da cui è stato tratto un cd) – curati negli anni dall’ensemble Guarnieri, composto da Giuseppe Guarnieri (tastierista, arrangiatore e promotore del progetto), Alessandro Romano (chitarra e voce), Teresa Lombardo (violino), Nadia Tidona (viola), nonché da Giovanni Peligra (attore e narratore).

La serata si apre con le parole del narratore che declama il testo di Haiku (uno dei brani più meditativi di Caffè de La Paix del 1993) e con la canzone che dà il titolo al concerto. E così, come in un doppio album antologico, la voce di Alessandro Romano attraversa traccia dopo traccia quarant’anni di canzoni di Battiato: dall’atmosfera vagamente rarefatta di Summer on a solitary beach a un brano ‘cameristico’ come L’animale, passando canonicamente per L’Era del cinghiale bianco, Prospettiva Nevski e L’ombra della luce.

Il narratore a un certo punto si sofferma in modo particolare su tre eccellenti interpreti femminili delle canzoni di Battiato come Alice, Milva e Giuni Russo, riassumendo le linee essenziali della loro collaborazione col Maestro, senza tralasciare il suo importante sodalizio con Manlio Sgalambro, incontrato per caso in una libreria del catanese, e destinato a segnare una nuova fase della musica di Battiato. Peccato che in queste occasioni non venga quasi mai adeguatamente ricordata la figura di Giusto Pio – il maestro di violino, compositore, co-arrangiatore – il cui nome è stato storicamente legato a doppia firma alle canzoni più tipiche di Battiato e dintorni per più di vent’anni.

Uno degli aspetti più interessanti di questo corposo omaggio, realizzato con un piccolo organico (nella media dei tanti tributi, più o meno memorabili, che si sono susseguiti dalla scomparsa di Battiato) sta sicuramente nell’aver recuperato alcune perle degli anni ’80 e ’90 – canzoni forse un po’ meno popolari ma non meno godibili come Clamori, Mesopotamia, Giubbe Rosse o la bellissima Via Lattea che probabilmente soltanto i battiatomani di lungo corso riconoscono fin dalle prime battute – per riproporle accanto ai brani del Battiato di repertorio e ai suoi successi più noti. Mentre rimangono fuori dalla performance, inevitabilmente, oltre alle sue prove operistiche, il periodo ‘sperimentale’ e contemporaneo di Battiato. Tranne che per un richiamo veloce a Fetus e al testo di No U Turn (1974) che ancora una volta il narratore cita, inaspettatamente, come i versi di una poesia: “Per conoscere me e le mie verità / Io ho combattuto fantasmi di angosce con perdite di io / Per distruggere vecchie realtà / Ho galleggiato su mari di irrazionalità / Ho dormito per non morire / Buttando i miei miti di carta / Su cieli di schizofrenia”.

Nell’ultimo quarto d’ora – sulle note di Cuccuruccucu e grazie al medley di Centro di gravità permanente e di Bandiera bianca – il pubblico naturalmente si accende. Quando poi arriva un classico inossidabile del repertorio battiatesco come Voglio vederti danzare, l’atmosfera sembra alla fine quella, felicemente concitata, di un concerto pop. Il teatro, d’altra parte, è gremitissimo. E anche lo spettatore più composto rimane contagiato dall’ormai proverbiale “suono di cavigliere del Katakali”: chi canticchia tra sé e sé, chi canta, chi balla in piedi nel suo palchetto, chi batte il tempo con le mani. “Al ritmo di sette ottavi”, of course.

Francesco Vinci

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