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“A Festa Misiddra” tra storia e leggenda

Eravamo attorno al 1939, la seconda guerra mondiale si diffonde in mezza Europa, piano piano, come in tutte le guerre, vengono arruolati prima i volontari, poi chi può essere utile alla Nazione. 

Tra i tanti Siciliani e Marsalesi, dopo qualche mese dall’inizio della guerra  viene arruolato Pietro Scavuzzo, appena maggiorenne, nato a Mazara il 04-01-1922 ma residente nella nostra contrada; persona buona e mite, grande lavoratore , lo spediscono a combattere sul fronte vicino Novara.Il 17 luglio 1941 il generale Messe viene inviato a comandare il corpo di spedizione in Russia; gli alleati già dominano un po’ su tutti i fronti, l’Italia segue Hitler nelle sue manie di grandezza, dando il proprio appoggio militare. Per i Tedeschi si mette male, sono sovrastati in tante battaglie dagli alleati.

Senza pensarci due volte vendono i nostri soldati alle truppe Russe, barattandoli con i propri prigionieri; tra i tanti capita pure Pietro insieme con un altro marsalese, Isidoro Intorcia, entrambi vengono rinchiusi nei Gulag, una sorta di Lager dove si moriva di stenti, di lavoro e di fatica.Possiamo immaginare la preoccupazione dei familiari, all’oscuro di tutto questo.

Le donne di casa pregavano la Madonna della Cava nella nostra chiesetta affinché Pietro ritornasse nella sua dimora, pregavano perché potesse ritornare vivo e vegeto dai suoi affetti.I parenti, specialmente la mamma Antonia Di Girolamo, manifestavano la volontà che se Pietro fosse ritornato avrebbero fatto una grande festa in suo onore.Durante la detenzione, i marsalesi vedevano che il gruppo dei prigionieri andava sempre diminuendo, scomparivano senza lasciare traccia e si trattava di migliaia di persone.Un giorno, quando sembrava che da un momento all’altro potesse toccare a loro, si ritrovarono in ginocchio davanti ad un “ufficiale russo con tre stellette” (un capitano).

Inaspettatamente, forse per simpatia o compassione, dopo averli guardati  per alcuni minuti in faccia, fa loro dei gesti,  gli indica la via di fuga facendogli capire che ci sarebbe stato un momento dove sarebbero rimasti al buio, così da  poter fuggire.I due scappano da tante atrocità e da morte certa, camminano per mesi solamente nel buio della notte per non essere scoperti, si cibano di ciò che trovano, specialmente di radici e bacche; in mancanza dell’acqua si  dissetano con la neve, arrivano al confine italiano, consapevoli di non essere al sicuro nemmeno lì.

Tra mille peripezie arrivano a Reggio Calabria dove si imbattono in altri momenti difficili: chi gestiva le barche per attraversare lo Stretto pretendeva una sorta di pizzo, soldi che non hanno nè Pietro nè Isidoro. I due si erano peraltro accorti che i “nocchieri” non arrivavano nell’altra costa; approfittando della stanchezza e delle cattive condizioni fisiche dei passeggeri usavano ogni metodo per farli cadere in acqua, un modo, ovviamente disumano, per poter tornare subito e far altri soldi. Ognuno cercava di sopravvivere in ogni modo.

Alla richiesta del denaro, Isidoro mette la mano nella giubba come se dovesse prendere le 5 lire ma estrae un grosso cucchiaio da 40 centimetri, il cui manico era stato affilato sulle pietre ed era diventato un grosso coltello. Nasce una colluttazione durante la quale   uno degli scafisti si ritrova con il corpo contundente puntato alla gola vedendosi costretto a dar loro il passaggio; con questa azione repentina i due si assicurano anche di poter arrivare a destinazione senza essere gettati a mare.Raggiunta la riva a remi legano lo scafista e si mettono in cammino verso casa, viaggiando sempre di notte, spesso aggrappati alla tradotta militare (treni che viaggiavano lenti e che trasportavano mezzi militari). 

Pietro ritornò per la gioia della famiglia e di tutta la comunità.  La promessa poteva finalmente essere esaudita, si tenne una grande festa che da quel momento diventò la “festa a Misiddra”. Pietro, dopo il suo ritorno non volle parlare mai di quella brutta esperienza chiamata guerra, avrà visto e subito delle atrocità che la sua mente rifiutava di ricordare, nulla è mai trapelato dalla sua bocca.Abbiamo letto nei libri di storia che la spedizione in Russia fu un errore epocale, il territorio era ostile per le nostre truppe poco equipaggiate (figuriamoci i prigionieri), di conseguenza ci furono parecchie perdite, nell’ ordine di circa 50.000 prigionieri di cui la metà morti o dispersi.La festa continuò per anni, con qualche interruzione, di tanto in tanto si riprendeva a farla per poi sospenderla definitivamente poco più di un paio di  decenni fa.

Ringrazio Tommaso De Vita e tutti i familiari di Pietro per avermi aiutato a ricostruire i fatti.

Vito Genna

redazione

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