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Essere Insegnante e essere Martire? Deformazioni, mistificazioni, e saluti alla Democrazia

Chi abbia tenuto sott’occhio, in questi ultimi tempi, il dibattito e le polemiche sulla Scuola, ha certamente notato come si sia fatta strada una certa retorica del “sacrificio”. Una forma ricorrente di semplificazione che sbandiera l’equazione insegnamento:missione.

Rimbalza sui Social, con regolare cadenza, un’intervista resa al più importante portale di informazione scolastica – Orizzonte Scuola – che ha come protagonista un tal ingegnere della Ferrari che ha deciso di abbandonare il lucroso mondo dell’automotive per la Scuola. Campeggia l’espressione “insegnare è una missione”.

Ora, nulla da dire sulle motivazioni e sulle scelte personali. Dubbi invece mi vengono sull’assunto di cui sopra, soprattutto quando viene generalizzato e utilizzato come punteruolo morale.

Il termine “missione”, usato un questo contesto, comporta almeno due stratificazioni di significato. Un livello profondo, preso a prestito – anche quando il rango del discorso è interamente profano – dalla Congregazione de Propaganda fide, che colloca il “missionario” al rango di “evangelizzatore”, cioè di colui che ha dimestichezza con la “verità” (in questo “disciplinare”) e che si prodiga per comunicarla. Un livello, poi, più esteriore, più vasto e più immediato, che richiama le pratiche del “sacrificio personale”: già perché, in concreto, l’espressione riferisce immediatamente alla rinuncia – sappiamo quali sono gli stipendi in questione – di beni e agi.

Slittamento non da poco, per una professione che dovrebbe essere espressione laica dello Stato laico.

La Scuola italiana, lo sappiamo, è impregnata di cultura cattolica. Dagli asili gestiti dalle Suore stereotipati dall’immaginario collettivo, ai precetti didattici di Don Milani, alla presenza normata per legge dell’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica), la presenza è radicata a tutti i livelli. Questo non ha ostacolato, fino ad ora, il filtraggio senza interruzioni dell’idea sacrificale di cui sopra.

In più, si osservi che il mestiere del docente – specie se si guarda ai primi gradi dell’ordinamento – soffre una lunga e becera tradizione di declassamento per “femminilizzazione”. Ancora nei ’60 il mestiere della “maestra” era tra i pochi ritenuti adatti alle donne: questo perché l’orizzonte condiviso stereotipizzava la Scuola “dell’obbligo” – Pubblica, rivolta anche alle classi sociali più povere – come estensione della pratica della “cura dell’infante”. Cioè collocava la pratica docente “primaria” più nell’alveo del servizio morale – quindi della missione – alla comunità che in quello delle “professionalità”.

Ne conseguono, ora, remunerazioni “secondarie” e forte sbilanciamento di genere. Oggi, 2022, le donne sono più dell’80% dei lavoratori nella Scuola.

Il fatto poi che nell’insegnamento universitario – e l’Università è una cosa istituzionalmente e culturalmente molto diversa dalla Scuola; le retribuzioni e il riconoscimento sociale sono decisamente più elevati – le proporzioni si ribaltino portando le donne al 25%, dovrebbe aiutare a chiudere il cerchio.

Siamo chiari. La Democrazia si basa sulla “partecipazione”, non sullo “spirito missionario” – anche se ha un contenuto laico – . E la “partecipazione” non è attinente alle trasfigurazioni mistiche, che invece sono buone per le retoriche “emozionali” – “di pancia”, si dice ora – di cui si farcisce la propaganda populista.

Il danno esplicito è dato dallo schema di fondo che, accolto acriticamente, ha la forza di distorcere in involuzione autodistruttiva anche il più costruttivo dei pensieri, quello laico e critico della Scuola.

Per la strada del “sacrificio” la competenza, la selezione, la meritocrazia, il dialogo, finiscono per essere depresse a “pratiche sociali” secondarie. Il “confronto critico”, humus della Democrazia, non ha asilo nel recinto del fideismo.

L’ “insegnante-missionario” derubrica a “sfondo” il riconoscimento economico e la contrattazione sui Diritti, sui limiti e le prerogative della professionalità docente. Cioè cerca di rinunciare alle dimensioni politiche e economiche della “stare in uno Stato”. Cerca di viaggiare seguendo una traiettoria siderale, senza considerare che in una Repubblica Democratica le dimensioni politiche e economiche sono “affare di tutti”.

È un complotto delle Destre “de-democratizzanti”? Attraverso la circolazione di queste idee si mira a snervare, sfibrare, una classe di lavoratori mal pagati e mal considerati ma dalla collocazione strategica di primissimo piano?

Forse no. Forse, molto più semplicemente, è il risultato di vasta indolenza, un laissez faire che significa “ognuno salvi sé stesso”, in consonanza ad una oramai sedimentata sciatteria di Stato, ad una incapacità nell’orientare sul lungo termine la Scuola, ad una incapacità di investimento e di riconoscimento.

In una carovana senza vera guida, quasi ammutolita, c’è chi si rinchiude nella propria tenda, senza nessuna voglia di pensare.

Sebastiano Bertini

Lo Scavalco è una scorciatoia, un passaggio corsaro, una via di fuga. È una rubrica che guarda dietro alle immagini e dietro alle parole, che cerca di far risuonare i pensieri che non sappiamo di pensare.

Sebastiano Bertini è docente e studioso. Nel suo percorso si è occupato di letteratura e filosofia e dai loro intrecci nella cultura contemporanea. È un impegnato ambientalista. Il suo più recente lavoro è Nel paese dei ciechi. Geografia filosofica dell’Occidente contemporaneo, Mimesis, Milano 2021. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857580340

Sebastiano Bertini

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